IL BLOG DELLE STORDITE

Nessun cuore ha mai provato sofferenza quando ha inseguito i propri sogni. Paulo Coelho
sabato, 03 novembre 2007

edr versione alternativa XV PUNTATA

Nei giorni a venire, i festeggiamenti per gli “sponsali” tra la Principessa Maria Clotilde di Sassonia ed il Principe ereditario del Piemonte, fecero della corte Sabauda il fulcro di un interminabile carosello di stupefacenti incontri mondani, tanto pretenziosi da lasciare senza fiato ogni suddito del regno. Vittorio Amedeo sembrava perfettamente a suo agio in quel turbinio frenetico di musiche, luci e colori, e faceva mostra di un umore singolarmente benigno. Eppure, chi si fosse spinto fino a supporre che la cagione di quell’inaspettata benevolenza fosse la rinnovata alleanza sancita tra le case di Francia e Savoia, si sarebbe sorprendentemente sbagliato.
Ciò che dava al sovrano quel nuovo contegno, in netto contrasto con il suo consueto atteggiamento altezzosamente scostante ed irritabile, era la serena certezza che nessuna nube avrebbe più offuscato lo splendore del suo regno.
Se il giorno del colloquio con il conte Ristori, Sua Maestà avesse potuto scorgere, anche solo per un istante, il sorriso beffardo che si dipingeva sul volto del suo eterno nemico, mentre egli si allontanava al galoppo in direzione di Rivombrosa, non avrebbe certo potuto impedirsi di nutrire una certa apprensione in merito ai suoi misteriosi piani.
E tuttavia egli non vide, né sospettò alcunché di lontanamente vicino alla realtà, e continuò a sorridere imperturbabile, serenamente ignaro delle oscure minacce che si prefiguravano all’orizzonte…
 
 
Il silenzio del parco di Rivombrosa, avvolto nella luce perlacea del crepuscolo, era rotto soltanto dal frusciare lieve della cascata e dal lento ricadere di uno zampillo nella fontana delle ninfe. Una tortora si levò in volo, in un ininterrotto frullo d’ali, sì da delinearsi appena contro il chiarore morente del cielo, finché non scomparve tra le fronde accoglienti di una quercia.
Fabrizio se ne stava lì, immobile in quello scenario di luci ed ombre, i palmi delle mani aperti sulla balaustra di pietra smussata e lo sguardo pensosamente smarrito nell’aria languida della sera.
 
                  
 
 In quei giorni di attesa, pur sospeso in una precarietà latente, egli andava lentamente recuperando le sue radici. Un passo alla volta, si riappropriava della sua vita cercando di colmare l’immenso vuoto che la lunga assenza aveva lasciato nel suo animo inquieto; mai pago di ritrovare i contorni di quei luoghi palpitanti di ricordi, indugiava sulle linee care e antiche della tenuta, sui lunghi arabeschi di filari che svanivano nella campagna lontana, e sembrava attingere da ogni cosa una forza nuova e invincibile.
Con il ritorno del conte, Rivombrosa tornava pian piano al suo antico buonumore. Tutta la servitù aveva reso festosamente omaggio al compianto padrone, ora sorprendentemente ritrovato, e un nuovo fervore di ottimismo ricominciava ad animare ogni abitante del castello.
 
 
Persino le spesse mura della vetusta dimora, istoriate dai licheni, sembravano avvertire che un cambiamento era avvenuto ad alterare il monotono scorrere del tempo.
Appoggiata alla porta-finestra che dava sulla terrazza, Elisa osservava in silenzio la sagoma scura di Fabrizio, seguiva ansiosamente i contorni del suo profilo aristocratico, illuminato a tratti dalla luce evanescente del crepuscolo; ogni muscolo del suo corpo tradiva una tensione che, pure, egli cercava eroicamente di dissimulare.
Gli si avvicinò cauta nel vestito di seta impalpabile che la faceva rabbrividire all’aria vibrante della sera. Aveva esitato a lungo, quasi timorosa di turbare la sua solitudine assorta, alla fine però, il bisogno di stargli accanto, non fosse altro che per condividere con lui le indolenti suggestioni dell’atmosfera, ebbe la meglio.
Egli non l’aveva sentita arrivare, ma avrebbe riconosciuto tra mille il tocco gentile della sua mano sul braccio, si girò piano e la prese tra le sue, portandosela con tenerezza al petto. Allora, la ruga profonda che gli solcava la fronte, svanì d’un tratto e il suo viso si distese, cedendo il posto ad un forzato quanto poco credibile sorriso. Elisa gli lanciò un’occhiata di disappunto:
-         Non provarci nemmeno – scosse con riprovazione un pericoloso dito ammonitore – non ci riusciresti! –
Egli fissò uno sguardo, che si studiava di apparire sorpreso, in quello severo di sua moglie, perfettamente consapevole di essere un libro aperto per lei.
-         Non capisco a cosa tu alluda, amor mio! – esclamò con scarsa convinzione, già vinto da quegli splendidi occhi inquisitori.
 
-         Non azzardarti nemmeno, a trattarmi come un insulso soprammobile di porcellana, né ad offendere la mia intelligenza cercando di eludere le mie domande…- concluse.
 
 
Animata dallo stesso spirito combattivo che un tempo, non molto lontano, l’aveva conquistato, Elisa lo incalzava senza lasciargli tregua. Adesso, il sorriso di Fabrizio non era più simulato, un tremito di ilarità incontrollabile lo coglieva alla sprovvista.
-         Mi arrendo….e sono alla tua completa mercé – esclamò con una voce in cui tremava una risata rivelatrice.
Levò una mano, in una comica movenza di resa incondizionata, quindi le prese il viso in un gesto fulmineo, rubandole un fugace bacio dalle labbra dischiuse e lievemente imbronciate.
-         Non penserai che questo basti a ridurmi al silenzio? – chiese indispettita.
-         Mai e poi mai potrei presumere tanto da me stesso. Ho imparato a mie spese quanto NULLA possa riuscire a ridurti al silenzio! –
 
                     
Un demone ridente gli accendeva lo sguardo. I ricordi dei giorni di battaglia erano ancora deliziosamente vividi nella sua memoria. La afferrò ai polsi, glieli tenne stretti dietro la schiena, imprigionandola in tal modo contro di sé, e la baciò ancora con un trasporto che si faceva via, via più insistente.
Il cuore di Elisa prese allora a battere più rapido di quel che non fosse necessario all’esistenza. Fu necessario un notevole sforzo di autocontrollo, per riuscire a resistere al fascino insidioso di suo marito, si scostò a fatica da lui e lo riportò all’argomento che tanto le stava a cuore:
-         Non vuoi proprio mettermi a parte dei tuoi progetti? – proruppe – Questo continuo stato di incertezza mi uccide! –
La domanda diretta di Elisa interrompeva lo scanzonato intermezzo, negli occhi di Fabrizio passò un’ombra improvvisa:
-         I miei progetti… – ripeté con voce atona guardando distrattamente gli ultimi riverberi della luce nella fontana – Se quel vile impostore pensa di avermi messo a tacere con il suo sporco ricatto, si sbaglia! – le sue narici fremettero di sdegno.
-         Lui però, ha tra le mani Martino….e questo cambia le carte in tavola, non credi che sia opportuno evitare ogni inutile rischio? La vita di nostro figlio è più importante di qualunque vendetta! –
 
L’immagine della recente visita a Martino, si impose prepotentemente alla mente del conte: gli occhi adoranti e colmi di speranza del figlio lo avevano fatto sentire miseramente impotente. Era stato tentato, per un attimo, di mandare a monte ogni piano di giustizia e di conformarsi all’accordo preso con Vittorio Amedeo, tanto era stanco di lottare. Poi, erano stati proprio quegli occhi fiduciosi a rinsaldarlo nella determinazione a giocare fino in fondo l’ultima mano di quella estenuante partita, a ridargli la voglia di combattere. Fuggire non era mai la risposta, lo aveva saputo anni addietro, quando il tragico spettro della rovina aveva minacciato le loro vite, e lo sapeva ancor di più adesso. Sentiva di avere l’imprescindibile dovere di regalare ai suoi figli un mondo migliore in cui crescere e vivere, e non un’esistenza fatta di ripugnanti e accomodanti compromessi!
Anche le ultime timide luci del giorno svanivano intorno a Fabrizio ed Elisa, immergendoli in un’oscurità complice che aggiungeva alla loro conversazione una singolare intimità.
                      
 
Egli le prese ancora la mano, questa volta con dolcezza, e prima ancora che la sua risposta appagasse l’interrogativo in sospeso, ella sapeva già che ciò che Fabrizio avrebbe detto, per quanto scomodo, si sarebbero conformato perfettamente al suo stesso intimo e inconfessabile pensiero:
-         La vita di nostro figlio è più importante di qualunque compromesso…- precisò con una nota dolorosa nella voce –… puoi capire?-
Sì, Elisa comprendeva, la carezza lieve con cui sfiorò la mascella volitiva di suo marito, lo disse più di quanto non potessero le parole.
 
 
Un servitore, venuto ad accendere le torce infisse negli anelli di ferro battuto alle pareti, nella grande terrazza, mise fine al dialogo solitario appena prima che Anna giungesse risolutamente verso di loro, un’elegante pergamena accuratamente ripiegata tra le mani:
-         Eccovi, infine! Vi ho cercato in ogni stanza del castello…un messo ha appena consegnato questo, per il conte Ristori- agitò brevemente il foglio - e per quanto suoni curiosamente strano, dopo tanto tempo, che qualcuno chieda ancora di mio fratello, tu sei l’unico in questa dimora che possa fregiarsi del titolo…!-
Alla vista del sigillo reale, gli occhi di Fabrizio si accesero di una luce pericolosamente beffarda, prese la missiva che Anna gli tendeva e se la rigirò tra le mani per un lungo momento, quindi spezzò la ceralacca con un movimento secco, sotto gli occhi apprensivi del suo ristretto pubblico.
-         Già - rispose distrattamente, dando segno di aver ascoltato appena l’ultima affermazione di Anna- mi chiedo cosa possa avere indotto il sovrano ad inviarci questa missiva…-
Nella sua voce vibrava una nota curiosamente misteriosa, come se egli fosse a conoscenza di un dettaglio che sfuggiva, invece, alle altre due.
Divorò d’un fiato le poche righe vergate sul biglietto in una grafia pomposa e svolazzante, mentre Anna ed Elisa ne seguivano con passione la lettura silenziosa cercando di cogliere, nell’espressione del suo volto, un qualunque cenno rivelatore; egli rifletté profondamente, tacque con uno sguardo enigmaticamente assorto, finché si decise a mettere fine alla tensione che aleggiava nell’aria:
-         Sua Maestà Vittorio Amedeo ci concede il privilegio di richiedere la nostra presenza al ricevimento che avrà luogo domani sera, al palazzo reale, in onore di Maria Clotilde di Sassonia e del principe Carlo Emanuele IV di Savoia …- decretò con solennità velata d’ironia.
 
Lo sguardo inquieto di Elisa trovò un’eco stonata in quello esterrefatto della cognata.
-         Ci fa l’onore di….? – ripeté meccanicamente Anna, incapace di proseguire oltre – Non avrai intenzione di accettare l’invito oltraggioso di quel ribaldo, Fabrizio? –
Il conte si portò affettuosamente alle labbra la mano della sorella:
-         Temo di essere costretto a deludere le tue aspettative, mia cara sorella – disse con calma ineffabile – poiché è esattamente quello che intendo fare, non mancherò certo di cogliere l’occasione per rendere omaggio a Sua Maestà come merita …–
                                                
                                               
 
E dopo aver fissato due occhi ironicamente imperscrutabili sul volto inorridito di Anna, abbandonò la scena, con noncurante eleganza.
La carrozza da città del conte Ristori, con il suo tiro di grigi, attendeva dinanzi al portone d’ingresso poco prima delle sette, la sera successiva. I superbi animali scrollavano con impazienza le folte criniere e mordevano il freno, facendo risuonare il selciato del cortile del loro scalpitare nervoso.
Nel salone Sua Signoria attendeva la contessa, un indefinibile sfavillio negli occhi. Per l’occasione, aveva scelto con cura una marsina blu intessuta d’oro, che risplendeva alla luce morbida dei candelabri. Diamanti erano nascosti fra le trine della cravatta di pizzo e rilucevano sul nastro che racchiudeva in un codino, i lunghi capelli castani; teneva sottobraccio il tricorno e in mano un’elegante tabacchiera ornata di pietre preziose.
Alla fine, Elisa scese lentamente le scale illuminate dai candelabri disposti nelle nicchie delle pareti, e Fabrizio, scorgendola, trattenne il respiro per lo stupore.
Gli apparve come in una splendida visione, immersa nella luce delle candele che la circondavano: il vestito color crema, dalla scollatura bassa e adorna di rose bianche, sembrava quasi sbocciare dall’esile corpino in un armonioso succedersi di trine di pizzo spumeggiante; la complicata foggia “grècque à boucles badines” le incorniciava deliziosamente il volto delicato, dalle labbra piene e lievemente dischiuse, ricadendole da un lato, su una candida spalla ben disegnata; in quel tripudio di bianco gli occhi immensi da gazzella apparivano come l’unica nota di contrasto, d’un verde intenso e scintillante.
 
Sua Signoria si avvicinò ai piedi della scalinata e sprofondò in un inchino impeccabile sfiorandole la mano con le labbra, un’ espressione estasiata nello sguardo:
 
-         Sono senza parole – ansimò, visibilmente emozionato, senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso – a quanto pare sei decisa ad eclissare tutte le beltà del regno, stanotte!- terminò sommessamente in tono, solo in parte, ironico.
 
                     
 
Elisa gli rivolse uno sguardo imbarazzato, che le conferiva un fascino irresistibile; gli fece un’aggraziata riverenza:
-         Siete un incorreggibile adulatore, conte – scherzò con una punta di malizia – vogliamo andare? – e gli porse il braccio.
-         La carrozza ci attende da tempo, amor mio, ma … credo che possiamo concederci il lusso di fare con comodo, mi diverte pensare al nostro ritardo come all’ennesimo oltraggio che Sua Maestà dovrà costringersi a mandare giù, facendo buon viso a cattivo gioco! -
Fabrizio la seguì con la mano, mentre Elisa si accomodava sul sedile di broccato color lavanda, ella si volse per un attimo a guardarlo con inquietudine:
-         Sei proprio deciso a suscitare la sua ira… – constatò – Te ne prego, non scherzare con il fuoco, Fabrizio! -
-         Scherzare è l’ultimo dei miei desideri, Elisa – la sua mano affusolata, dove risplendeva un anello di zaffiri, si contrasse inconsapevolmente intorno al tricorno – credo di aver perso fin troppo tempo in vuoti giochetti, è giunta ormai l’ora di fare sul serio! – concluse solennemente, prendendo posto accanto a lei.
Tutto negli atteggiamenti, nelle frasi, nei movimenti di suo marito, le diceva inequivocabilmente che egli intendeva colpire quella sera stessa, eppure, Elisa aveva compreso fin troppo bene il suo bisogno di riserbo per cedere alla tentazione di indagare oltre.
Durante il viaggio i due passeggeri si chiusero in un singolare silenzio eludendo, in una sorta di tacito accordo il reciproco sguardo, quasi nell’intento di evitare un doloroso confronto che avrebbe rischiato di farli crollare.
Di là dai vetri, il paesaggio scorreva quietamente sotto i loro occhi, e lo spettacolo superbo del tramonto si svelava pian piano, immemore di tanti tumulti.
Il sole incendiava la valle, accendendo dei suoi riflessi di rame, la stessa immobile distesa del lago.
La contemplazione di quello scenario che così tante volte l’aveva incantata, cullò dolcemente le ansie di Elisa toccando delle leve misteriose nel suo animo tormentato. Si smarrì in quella festa di colori, finché ogni raggio incandescente non si fu spento lentamente nelle acque immote e la fresca oscurità della sera non ebbe estinto ogni tremula striscia opalescente.
 
 
La piazza reale era completamente deserta quando le due carrozze oltrepassarono, molto più tardi, i cavalli rampanti d’ottone brunito che facevano da sentinelle all’ampio viale d’ingresso. Il maestoso cortile, trapunto di suggestive lanterne e sfolgorante di ogni finestra illuminata che vi si apriva, costituiva una visione strabiliante.
Appena un valletto ebbe abbassato il predellino, la contessa scese con grazia, tendendo la scarpina di raso bianco dal tacco tempestato di diamanti e, tenendosi saldamente al braccio di Sua Signoria, si avviò con disinvoltura studiata verso l’immenso portone d’ingresso, rischiarato dalle luci delle numerose torce alle pareti. Le note carezzevoli dell’orchestra giungevano smorzate, perdendosi languidamente nella brezza della sera.
Elisa respirava a brevi ansiti appena percettibili, come se si sentisse soffocare, e riusciva a controllare a stento la profonda agitazione che la vinceva; Fabrizio carezzò con dolcezza la mano gelida, che gli stringeva inconsciamente il braccio più del dovuto, e le rivolse un sorriso incoraggiante in risposta al suo sguardo ansioso.
 
 
Attraverso il complicato gioco di scale ricoperte di sfarzosi tappeti, i nostri eroi, seguiti a breve distanza da Anna e Antonio, si avviarono quindi verso la sontuosa ‘galleria del Daniel’, dove si sarebbe svolta una parte del ricevimento. Lì, un pomposo servitore in livrea, ritto innanzi alla grande porta, annunciò con voce stentorea i loro nomi, e il conte e la contessa Ristori vennero immediatamente introdotti, assieme agli altri due ospiti, nell’immensa sala oblunga.
 
 
Al loro ingresso molti ventagli smisero di muoversi ritmicamente e miriadi di occhi ammiccanti indugiarono su di loro, per poi distogliere quasi subito lo sguardo, cercando di fingere la cortese indifferenza imposta dall’etichetta. Il mormorio diffuso e indistinto riprese gradualmente a levarsi e gli oziosi pettegolezzi proseguirono, più discreti e sommessi, dietro lo schermo compiacente di ventagli di pizzo e tabacchiere ornate di preziosi.
 
 
Vi era qualcosa nella figura altera del conte, nel suo portamento fiero, che pareva schiacciare gli astanti. Perfettamente a suo agio, sotto quelle occhiate curiose, egli sembrava provarvi persino un certo sdegnoso compiacimento. Si guardò intorno con ben simulata indolenza, le labbra increspate in un sorriso provocatorio e riprese ad avanzare assieme ad Elisa verso l’alto scalone dove si accalcava la schiera di gentiluomini e gentildonne che rendeva omaggio al re. Quanti si trovavano vicino a loro, si fecero inconsapevolmente da parte per lasciarli passare.
-         Bisogna ammettere che il conte Ristori possiede un fascino impareggiabile – sussurrò madame Chevalier all’orecchio di un gentiluomo in color porpora, dai modi fatui – guardate l’assoluta disinvoltura con cui si muove in questa gabbia di tigri! –
-         Gliene dobbiamo dare atto, mia cara – ammise il gentiluomo, annusando pigramente una presa di tabacco – è un eroe superbo, peccato abbia commesso l’imperdonabile errore di incorrere in quella vile mésalliance! – concluse lanciando uno sguardo sprezzante in direzione di Elisa.
-         Non negherete, tuttavia, che anche lei sia dotata di una certa fierezza e, aggiungerei, di una bellezza per nulla ordinaria – ribatté in tono frivolo la gentildonna, senza mai distogliere lo sguardo dalle splendide figure che costituivano l’oggetto di tante indiscrezioni, socchiuse gli occhi in atteggiamento pensoso soffermandosi ancora sul conte - …che coraggio, che tempra, pensateci bene, duca, arrivare ad alienarsi ogni blasonato del regno per un amore autentico, disinteressato…! Non ditemi che tutto questo non vi affascina nemmeno un po’…?-
Il duca chiuse di scatto il coperchio della tabacchiera e storse le labbra in una smorfia più che eloquente:
-         Siete un’inguaribile romantica, mia cara Rossana, l’amore è un sentimento estremamente noioso e, aggiungerei, inconfutabilmente fuori moda…non fa che rendere le sue vittime vulnerabili e prive di buon senso. Del resto ne avete davanti una prova inequivocabile…- la sua aria boriosa non ammetteva repliche.
Madame Chevalier, già distratta da un altro pensiero, veleggiò in direzione di Anna:
-         Mia cara Anna, che piacere. Sono secoli che non vi si vede…dottore, quale onore non è mai avervi tra noi! – tese una mano ingioiellata che Antonio sfiorò appena.
-         Avete ragione, Signora ma … comprenderete sicuramente che faccende ben più urgenti hanno distolto la nostra attenzione dai divertimenti di corte – rispose Anna in tono tagliente e sbrigativo, liberandosi rapidamente da quelle fastidiose attenzioni. Quindi si volse verso il marito:
-         Hai visto Fabrizio, un’entrata sbalorditiva… – mormorò sommessamente – e quel suo atteggiamento… mi rende nervosa. Lo avverti anche tu?-
-         Sì – annuì il gentiluomo parlando in tono ancora più basso – Intende concludere questa sera, potrei giurarci. Ma guarda Elisa! Fabrizio sembra il solo ad essere a suo agio!-
 
Poco distante, il conte Ristori, perfettamente padrone della situazione, si chinava a baciare con eleganza la mano di gentildonne in tolette ricercate, conscio di avere su di sé lo sguardo sferzante del sovrano.
 
 Una cerchia di persone che sostava di fianco al grande camino di marmo rosato, tacque d’incanto, al suo approssimarsi, e riprese quasi immediatamente, a voce più alta, ma il conte e la contessa dubitavano che la caccia fosse l’argomento della prima conversazione.
 
 
Da quando Sua Signoria era miracolosamente riapparso, qualche giorno prima, gli instancabili frequentatori dei salotti sabaudi avevano trovato un nuovo, interessantissimo argomento per le loro conversazioni. Le più fantasiose congetture erano state fatte in merito all’oscuro mistero che circondava quell’evento straordinario, c’era persino chi si era spinto ad affermare con assoluta certezza, che la sparizione del conte dalla scena, così come la sua morte simulata, fossero strettamente legate ad affari riservati della corona, e che Sua Signoria, in quei lunghi anni di assenza, si fosse trovato a fronteggiare pericolosissimi intrighi d’oltralpe, orditi contro il sovrano. La sua figura assurgeva rapidamente a quella di eroe leggendario e le sue inenarrabili gesta andavano ad aggiungersi, con un incastro coerente, alle encomiabili imprese passate.
Dal canto suo, Vittorio Amedeo aveva prestato un orecchio compiacente a quelle chiacchiere, ma si era guardato bene dall’intervenire con una smentita. Infatti, quanto più i pettegolezzi elevavano l’immagine del suo rivale e la sua stessa immagine, tanto meno rischiavano di avvicinarsi all’inconfessabile verità, facendo così il suo gioco…
Il conte e la contessa arrivarono, infine ai piedi dell’alto scalone, proprio nel momento in cui la voce incolore del valletto annunciava l’arrivo del duca di Chablais.
 Fabrizio non riuscì a trattenere un fugace sorriso divertito: a quel che sembrava, non era il solo ritardatario intenzionale, quella sera. Indirizzò uno sguardo gelido al sovrano, che lo fissò a lungo con diffidenza; un’aura mortale sembrava regnare tra loro, anche Sua Maestà doveva percepire quell’atmosfera che gelava le ossa. Il conte si riscosse e si costrinse a recitare la farsa del suddito devoto, rendendo gli omaggi dovuti alla famiglia reale; Elisa, allargò le gonne nella riverenza con grazia incomparabile, mantenendo un contegno fiero e dignitoso.
 
Poco più tardi i gruppi di invitati si riversarono nel fastoso giardino, dove avrebbe avuto luogo la rappresentazione teatrale: “Le nozze di Nettuno l’equestre con Anfitrite” impreziosito da coreografici balli d’intermezzo e strabilianti effetti scenografici, cui tutti i presenti erano impazienti di assistere. Eleganti sedie ricoperte di broccato cremisi venivano disposte a semicerchio intorno al palcoscenico, allestito per l’occasione, accanto al magnifico prospetto del palazzo reale, mentre i musicisti si cimentavano in abili virtuosismi nell’attesa che lo spettacolo avesse inizio.
Elisa lanciò una rapida occhiata al profilo ben disegnato di Fabrizio, la sua espressione pensosa e distratta la disorientava un po’, e per quanto il suo buon senso avesse già trovato mille giustificazioni per quell’inaspettato atteggiamento distante, era la prima volta in assoluto che le capitava di sentirsi esclusa dai suoi pensieri, e questo la faceva sentire orribilmente sola. Si guardò intorno incuriosita e le sembrò quasi di ritrovarsi in un luogo stranamente familiare, i ricordi della magnifica serata a Versailles le riaffiorarono alla mente, dandole un nostalgico tuffo al cuore. I giardini, con la spettacolare fontana decorata da statue seicentesche e la loro simmetria di aiuole magistralmente progettate dall’architetto Le Nôtre, rimandavano in modo inequivocabile a quelli della reggia francese.
Le luci delle lanterne disposte con sapienza in vari punti dei viali fioriti, si riflettevano magicamente sulla superficie della fontana, disegnandovi fluttuanti bagliori multicolori che sembravano danzare alle note fluide dell’orchestra.
Elisa trasse un profondo sospiro e solo allora si accorse di avere su di sé lo sguardo attento di Fabrizio, egli le prese le mani e le sfiorò con le labbra:
-         Tutto bene, mia splendida principessa?-
-         Non so…questa commedia è sfibrante – sussurrò stancamente - soprattutto quando non si sa cosa riserva l’immediato futuro! – lasciò cadere in modo allusivo.
Fabrizio sorrise e la strinse a sé:
 
 
 
 
 
 
-         Abbi fiducia in me – disse fissandola con uno sguardo cui era impossibile resistere- e ti prometto che d’ora in poi il nostro futuro sarà, come minimo, migliore del passato –
 
 
Per un lungo istante rimasero avvinghiati, alla deriva del vocio confuso che li raggiungeva ovattato, incapaci di muoversi,
 
 
finché una voce suadente alle spalle di Fabrizio non li costrinse a voltarsi: madame Lavoulère, impeccabile nel suo abito di seta operata color porpora, li osservava, gli occhi socchiusi in una curiosa espressione malevola, che il suo tono amabile sembrava contraddire:
-         Buonasera conte, contessa…immagino stiate assaporando il vostro ritorno trionfale nel bel mondo! –
-         Madame Lavoulère..cominciavo appunto a chiedermi quando Sua Maestà avrebbe inviato qualcuno dei suoi leali ‘amici’ a sondare il terreno...- Fabrizio si accarezzò il mento con una nota sardonica negli occhi - …potete risparmiarvi il farisaico esordio a cui vi eravate preparata e passare subito alla fase successiva, eviterete a tutti un inutile dispendio di tempo!–
 
 
Eléonore sorrise, d’un sorriso perfido e ambiguo:
-          Touchée…come sempre estremamente caustico e diretto, conte …- esclamò portandosi con eleganza una mano al cuore - Come dicevo il vostro ingresso trionfale non ha mancato di sortire i suoi effetti e di abbagliare i presenti, congratulazioni…!- batté le mani ripetutamente in un breve applauso derisorio - Potrete sempre custodire questo ricordo per le notti solitarie del vostro lungo esilio…- concluse aspettando le reazioni per quel colpo sapientemente vibrato. Tuttavia gli occhi imperscrutabili del suo pubblico delusero le sue aspettative, continuando a fissarla con la stessa imperturbabile espressione sarcastica:
-         Ebbene? – chiese ancora il conte - Cosa vi manda a dirmi, il nostro amato re?-
Madame Lavoulère si volse a mezzo guardando brevemente la fontana:
-         Sua Maestà vi sollecita ad affrettare i tempi. Siete infine venuto in possesso dei documenti?–
-         Sì – mormorò il conte, con voce appena percettibile – I documenti sono ora in mio possesso, riferite che troverò io il modo e il momento di farglieli avere alla fine della serata, come pattuito! –
La voce nitida del valletto che annunciava l’inizio dello spettacolo li raggiunse nel loro cantuccio al di là della siepe
-         Molto bene, allora. Attenderemo vostre istruzioni, conte…- sembrò esitare sul punto di aggiungere qualcosa, poi cambiò tono, con l’estrema volubilità che le era abituale - Mi auguro gradirete lo spettacolo- esclamò con un gesto vago in direzione del palcoscenico, e si allontanò bruscamente, in un gran frusciare di sete.
Gli invitati presero ad occupare le sedie che venivano via via indicate loro da solleciti servitori, al conte e alla contessa Ristori erano stati riservati dei posti tra le prime file, da cui potevano godere di una splendida visuale.
Il re, seduto sul lato opposto assieme a tutta la famiglia reale, su un basamento rialzato, si guardò intorno con un fremito d’impazienza. Elisa ebbe l’impressione di cogliere uno strano scambio di occhiate complici tra Fabrizio e il duca di Chablais, ma non avrebbe saputo dire se fosse la strana tensione che s’impadroniva di lei a lasciarle immaginare loschi intrighi ovunque, o se invece fosse stato semplicemente il riverbero delle torce a far sfavillare di singolari bagliori i loro occhi.
Cercò con lo sguardo la cognata seduta poco più in là, accanto ad Antonio, i movimenti nervosi con cui la gentildonna agitava il ventaglio e si sforzava eroicamente di sorridere, le dicevano che anche lei percepiva quell’atmosfera opprimente e densa di insidie.
Le prime note vivaci dell’assolo di violino volteggiarono nell’aere immobile della notte e il sipario si aprì sulla scena del primo atto. Lo splendido scenario di un giardino, dipinto mirabilmente con la tecnica del ‘trompe l’œuil’ dava uno straordinario effetto di profondità e di volumetria. In quello sfondo vivido ed evocativo si muovevano due donne elegantemente vestite in abiti contemporanei. Quel particolare, di per sé stridente, in un dramma dalle tematiche mitologico- fantastiche che attingeva ad ampie mani alla letteratura classica, non sembrò in un primo momento sorprendere in modo particolare gli spettatori, che dovettero attribuire l’eccentricità della cosa alla libera interpretazione del drammaturgo. I dialoghi, sapientemente strutturati in un linguaggio ricercato e svolazzante, non lontano da quello in cui ogni gentiluomo del pubblico si esprimeva, sembrò presto far luce sull’identità dei due personaggi che dominavano la scena. Una leale dama di compagnia condivideva con la sua regina una grande gioia che sembrava dover risollevare le sorti del regno: il cielo le faceva il più grande dono che una donna potesse mai desiderare benedicendo il suo grembo, ed ella avrebbe finalmente, posto sul trono, il tanto atteso erede. Elisa colse lo sguardo bieco e divertito di Fabrizio ed ebbe un attimo di défaillance.
 
 
Quella storia sembrava evocare curiosi parallelismi nella mente scossa di Elisa, aprì il ventaglio facendosi aria nervosamente e si sforzò di non lasciarsi prendere dalla suggestione che le faceva immaginare macchinazioni da visionaria. Che assurdità – si disse dandosi mentalmente della sciocca - aveva quasi la sensazione di riconoscere la voce dell’attrice che interpretava la dama di compagnia e di trovarvi delle incredibili somiglianze con quella di…si sistemò meglio sulla poltrona e osservò con più attenzione il volto della commediante, senonché …un gemito tempestivamente soffocato uscì dalle sue labbra appena prima che la mano di Fabrizio le stringesse in modo eloquente la mano. La gentildonna che le sedeva accanto le lanciò un’occhiata sorpresa e infastidita, quindi si lasciò conquistare nuovamente dalla pièce.
Elisa deglutì a fatica cercando di calmare l’affanno, mentre un’idea ben più precisa cominciava a farsi strada nella nebbia di pensieri che le si accalcavano nella mente.
 
 
Dunque, non si era trattato per nulla di una coincidenza, quegli attori rappresentavano sulla scena la sua storia, e l’aver riconosciuto Florence de Marguéry nella commediante che interpretava il ruolo della dama di compagnia gliene aveva dato l’irrefutabile certezza! La sua amica si muoveva con elegante disinvoltura sul palcoscenico e ostentava una sicurezza da professionista, per nulla turbata, a quel che sembrava, dai rischi a cui la esponeva la sua sfida. Gettò degli sguardi furtivi al pubblico, che seguiva lo scambio di battute con sereno interesse colmo di aspettativa, poi al re: nemmeno lui pareva aver colto alcunché di curioso nello svolgimento della rappresentazione, o quanto meno non dava a vederlo. Perfettamente a suo agio sull’imponente trono finemente cesellato, Vittorio Amedeo appariva visibilmente proiettato verso altre fantasticherie, osservava appena la scena, candidamente inconsapevole delle pericolose insidie che prendevano pian piano forma sotto i suoi occhi distratti…
 
 
Disteso sul pavimento umido e maleodorante della sua cella, Martino osservava la piccola porzione di notte che riusciva a farsi strada fino al buio angosciato della sua mente. Il disco traslucido della luna sfavillava nell’angusta cornice dell’apertura che costituiva l’unico tramite con il mondo esterno, d’un tratto ebbe come la sensazione di udire un lamento smorzato, seguito da uno stridore d’acciaio, poi più nulla.
Si sollevò su un gomito e tese ancora l’orecchio frugando nel silenzio, l’unico suono che riuscì a distinguere, fu quello del russare cadenzato di un prigioniero, nella cella adiacente; doveva essersi sicuramente trattato di una delle sue tante allucinazioni percettive degli ultimi tempi. La risata volgare e improvvisa di una delle guardie sembrò riportare ogni cosa alla normalità. Martino tornò a fissare il cielo lasciandosi cullare dal richiamo di una tortora, via via che il canto diventava più vicino ed insistente, il giovane si sorprese a constatare quanto fosse curioso che un volatile diurno come la tortora si avventurasse a quell’ora tarda.
Dei tonfi sordi provenienti dalla guardiola riaccesero il suo interesse sopito, le voci gracchianti dei carcerieri avevano di colpo cessato di riecheggiare nell’aria opprimente. Un nitrito improvviso scosse la notte.
 In capo a pochi minuti una chiave girò stridendo nel chiavistello arrugginito del pesante cancello che separava le prigioni dalla garitta, e due figure apparvero, appena visibili, in fondo allo stretto passaggio immerso nella penombra. Uno di loro, in divisa, lo apostrofò con una voce tonante che gli parve curiosamente familiare:
-         Sua Signoria viene trasferito in una prigione di estrema sicurezza, ordini di Sua Maestà!. –
Martino si sforzò di metterne a fuoco i lineamenti, ma la luce incerta delle torce lo costrinse a desistere.
-          A quest’ora della notte..? – rispose quella che sembrava essere una nuova guardia, di rimando.
-         Io non faccio che eseguire gli ordini … - insisté l’ufficiale che aveva parlato per primo, avvicinandosi progressivamente alla sua segreta.
Non appena l’uomo gli fu di fronte e la luce ferma della torcia ne ebbe illuminato il volto, il cuore di Martino ebbe un balzo furioso: Victor Bénac, impeccabile nell’uniforme dell’esercito francese, lo fissava al di là delle sbarre, uno strano luccichio negli occhi e sulle labbra un sorriso rassicurante…
 
 
Quando il sipario si aprì sulla quarta scena del secondo atto, a molti dei presenti era divenuto evidente che la trama non aveva nulla a che vedere con la tematica che il titolo sembrava anticipare, né con degli intrecci che rimandassero, sia pure in modo allegorico, all’evento delle nozze tanto celebrate. Le oscure trame di un sovrano ansioso di assicurare un’eredità al suo regno avevano già suscitato sul pubblico molte perplessità e numerosi interrogativi, e la scena struggente che vedeva una regina affranta, dare una lacerante confessione sul suo letto di morte, aveva acceso un’espressione scandalizzata in molti sguardi disorientati.
I più anziani dignitari di corte avevano invece già ravvisato, nelle fattezze della commediante inginocchiata, che aveva bagnato di lacrime sincere le mani protese della regina morente, la dama di compagnia scomparsa anni addietro, in circostanze misteriose, e avevano iniziato a lanciare sguardi furtivi e colmi d’orrore in direzione del sovrano.
Adesso, in quella scena risolutiva, la voce della madre putativa narrava, in un ultimo confronto con l’anziano sovrano, le vicissitudini della figlia defraudata della sua legittima eredità, mettendo in luce anche i più sordidi risvolti della sua misera esistenza, e i toni dolorosi della sua voce vibrante, riecheggiavano nell’assoluto silenzio che regnava tutt’intorno, toccando il cuore di ogni presente. Nessun nome era stato fatto, ma ogni dettaglio della trama veniva delineato in modo così veritiero, che soltanto pochi, a quel punto, non avevano ancora intuito l’identità dei personaggi che si celavano dietro i costumi della finzione scenica.
Di sotto le palpebre abbassate il conte Ristori osservava Vittorio Amedeo, che sedeva rigido e pallidissimo accanto alla regina; anche lui ormai, sembrava essersi ridestato dalle sue macchinose elucubrazioni e doveva aver colto ampiamente le pericolose implicazioni di quella inaspettata rappresentazione.
 
 
I bagliori di collera minacciosa che gli attraversavano lo sguardo, dicevano inequivocabilmente che stava annaspando alla ricerca di un pretesto plausibile per mettere fine a quell’agonia, nella disperata speranza di salvare le apparenze senza suscitare scandali. Fabrizio sorrise e fece ondeggiare l’occhialino ricambiando lo sguardo gongolante del duca di Chablais. Elisa rimaneva pietrificata, nella sua mente lo stupore lottava con la paura per le conseguenze che quelle rivelazioni avrebbero presto scatenato.
Una gentildonna, poco distante, proruppe in un’esclamazione incontenibile, portandosi una mano alla bocca:
-         Oh, mio Dio …potrebbe mai trattarsi…? –
Molte occhiate solidali sembrarono confermare il suo sospetto tardivo, spostandosi ammiccanti da Elisa al re, che parve tremare sotto quel nuovo colpo. Antonio piegò il capo avvicinandosi alla moglie:
-         Che trovata geniale, mi chiedo come abbia fatto Fabrizio a predisporre tutto, senza suscitare sospetti, …e proprio sotto il naso di Sua Maestà – sussurrò senza fiato per la meraviglia – guarda il re, è quasi sul punto di perdere il controllo –
Anna chiuse di scatto il ventaglio e si contorse le mani, in preda all’agitazione:
-         Purché tutto questo abbia un effetto positivo, e se la rabbia del sovrano si riversasse su Martino? Fabrizio non ha pensato a questo? –
La gentildonna aveva appena terminato di comunicare il suo timore al marito, quando un inatteso trambusto si levò in mezzo agli spettatori, il prefetto Terrazzani, seguito da un altro ufficiale in uniforme si avvicinò solennemente a Sua Maestà, facendosi strada tra le file di poltrone e, raggiuntolo si chinò a sussurrargli qualcosa all’orecchio con aria contrita; il re illividì in modo repentino e Fabrizio vide le sue mani esangui contrarsi intorno ai braccioli, mentre i suoi occhi frugavano tra la folla alla ricerca di un volto, su cui riversare tutto il suo incontenibile livore. Il conte Ristori gli restituì uno sguardo derisorio e si appoggiò comodamente allo schienale. Tutto sembrava procedere secondo i piani – disse a se stesso, traendo un silenzioso sospiro di sollievo – l’atteggiamento disperato di sua maestà suggeriva ampiamente che anche l’ultimo ostacolo era stato rimosso, e suo figlio era finalmente in salvo da ogni possibile ritorsione. Il piano astutamente orchestrato assieme al duca di Chablais, con la preziosa collaborazione di monsieur Bénac e del conte d’Anvau, era dunque andato a buon fine.
Tuttavia, le precauzioni non erano mai troppe e, per evitare spiacevoli sorprese fuori programma, il futuro successore al trono aveva dato ordine che il suo esercito personale circondasse il palazzo e ne sorvegliasse tutte le uscite.
Ora, il dramma ancora irrisolto, che continuava a calamitare l’interesse generale, attendeva solo che qualcuno vi mettesse la parola fine.
Non fu necessario attendere a lungo, un improvviso trepestio spostò l’attenzione dei presenti su Vittorio Amedeo, che era balzato in piedi appena aveva preso coscienza di essere stato irrimediabilmente smascherato e di quanto la liberazione di Martino Ristori lo privasse anche dell’ultima arma che aveva stretto in pugno. La sua sagoma, si ergeva minacciosa dominando l’intero pubblico, e tutti poterono vedere con sgomento che egli stringeva spasmodicamente una pistola. La voce che si levò nel silenzio stupefatto, era quella di un folle:
-         Siete un Demonio conte Ristori … ma non ve la caverete impunemente, ME LA PAGHERETE!! – ansimò mentre puntava l’arma protesa sulla figura inerme di Elisa.
Tutto accadde in pochi, brevissimi secondi, Fabrizio balzò fulmineo innanzi alla contessa, così da farle scudo con il suo corpo, un colpo partì verso l’alto, opportunamente deviato da uno degli ufficiali, poi ci fu un’altra esplosione assordante; delle urla d’orrore squarciarono l’aria e il prefetto si precipitò a coprire la chiazza color rubino che fioriva proprio in mezzo alla fronte di Vittorio Amedeo. Lo sparo letale e inaspettato era partito da un punto impreciso alle spalle del conte Ristori: lì, sotto gli occhi trasecolati dei presenti, il marchese Salvati reggeva ancora tra le mani una pistola fumante, scosso da un risata demoniaca:
-         Ecco quel che rimane del ribaldo che si è preso gioco delle nostre vite per anni, siatene fieri! – gridò fuori di sé. -
In fondo al pubblico, una donna era in preda ad un attacco isterico, le guardie reali immobilizzarono prontamente l’arrendevole marchese, che si fece trascinare via di buon grado continuando a ruggire frasi insulse da visionario. Un silenzio spettrale scese lentamente sulla folla, qualcuno volse gli occhi per un istante, indugiando su colui che era stato il sovrano, mentre un sipario invisibile sembrava calare sull’epilogo di quella cupa tragedia.
 
 
 
L’elegante dimora di Rivombrosa, incastonata nel verde del suo parco, si accendeva di tutto l’incanto di quel giorno scintillante. Un vento leggero muoveva brani di candido vapore, rendendo ancora più vibrante la languida aria estiva.
Ai piedi della scalinata d’ingresso, Elisa si accingeva a salutare la giovane duchessa Ressano, una bionda eterea di cui, neppure l’ultimo dei boccoli, era privo di fascino.
La contessa ascoltava frastornata l’inarrestabile valanga di parole che la travolgeva da ormai più di un’ora, cominciando a chiedersi quando quel supplizio avrebbe avuto fine.
    Mentre la duchessa le rinnovava chiocciante l’invito alla sua serata letteraria della settimana seguente, Elisa continuava a lanciare occhiate furtive verso il poggio delle querce, dove il verde del prato si perdeva dolcemente nell’azzurra sfumatura delle pervinche e si illuminava del giallo dorato dei denti di leone. Sotto le fronde accoglienti di quegli alberi secolari Fabrizio e Martino si cimentavano nelle più fantasiose figure della scherma, e per un attimo, la contessa ebbe la curiosa sensazione che il tempo non avesse mai interrotto i loro passatempi ameni. Le risate gaie del ragazzo e le raccomandazioni del padre risuonavano allegramente nell’aria, frammiste allo stridore delle lame che si incrociavano in baluginanti riflessi.
 
La sua ospite la guardava, ora, con aria sconcertata e sorpresa, doveva sicuramente averle chiesto qualcosa che attendeva un’immediata risposta, poiché la nota interrogativa nel suo sguardo non sembrava concederle tregua.
Elisa sfoderò tempestivamente uno dei suoi disarmanti sorrisi, arrischiando un brusco cambiamento d’argomento:
-         Pare che il ricevimento della marchesa Rambaudi abbia visto il debutto della figlia, l’incantevole marchesina Costanza…che disdetta non essere stati presenti !-
L’assoluto candore con cui aveva lasciato cadere quella nota discordante nella conversazione, sembrò spiazzare per qualche breve secondo la sua interlocutrice, ma non si trattò che di una fuggevole pausa di esitazione, la duchessa si riprese e non mancò di cogliere quel nuovo pretesto per lanciarsi in una circostanziata quanto estenuante descrizione delle mirabilie della serata, infarcita di svolazzanti divagazioni sulle ricercate tolette, le acconciature più alla moda e quanto d’altro potesse costituire, per lei, uno stimolante supporto alle sue chiacchiere oziose.
Quando infine la contessa riuscì a liberarsi della sua deferente ospite, si lasciò crollare sfibrata sulla poltroncina di seta più vicina, traendo un grosso sospiro.
Dacché la tragica serata al palazzo reale aveva fatto luce sui suoi natali, la contessa era divenuta l’oggetto di mille lusinghiere attenzioni, e il bel mondo, con la stessa leggerezza con cui poco prima aveva arricciato il naso, giudicandola indegna, l’aveva riabilitata facendole l’onore d’includerla nella sua cerchia di relazioni esclusive. Il duca di Chablais, che era succeduto al suo predecessore, come il sovrano che la storia ricorda con il nome di Vittorio Amedeo III, aveva fatto un lungo proclama, con il quale rendeva giustizia alla sorella Elisa e, inserendola nella prestigiosa famiglia Savoia, le garantiva, oltre che una cospicua eredità, un considerevole vitalizio e tutte le onorificenze e i privilegi dovuti ad una principessa del sangue.
Una fitta schiera di blasonati aveva preso, quindi, ad assaltare il castello di Rivombrosa, subissando Elisa d’inviti e visite di cortesia, cercando con ogni mezzo di conquistare la sua preziosa amicizia e di guadagnarsi le sue vantaggiose simpatie. La contessa, dal canto suo, subiva ogni cosa con scarsa convinzione e mal celata insofferenza, si limitava a passare da un ricevimento all’altro senza lasciarsi incantare dalla falsità di tante vuote adulazioni e continuava a coltivare le amicizie di sempre, quelle autentiche che l’avevano sostenuta anche nei momenti più difficili.
Quando Agnese le corse incontro nel suo abitino di ghirlande multicolori, ella la strinse a sé e, scrollandosi definitivamente di dosso la sgradevole sensazione che indugiava ancora nell’atmosfera, si avviò con la figlia verso il poggio. Vinta da una sorta di esilarante ebbrezza per i giochi del vento tra i rami, per la dolcezza del sole che penetrava indiscreto tra le fronde, proiettando sull’erba disegni cangianti e luminosi, si avvicinò ai briosi duellanti, uno sguardo di felicità negli occhi.
Fabrizio lanciò di soppiatto un’occhiata al breve scorcio del suo profilo armonioso, all’accenno delle labbra piene, appena incurvate, e rinfoderò la spada, d’un movimento agile ed elegante:
-         Siete degli infaticabili duellanti…- esclamò lei spostando lo sguardo dall’uno all’altro – E adesso – proseguì rivolta al marito con uno scintillio malizioso negli occhi - credete di potermi concedere un po’ del vostro prezioso tempo per una cavalcata fino al lago, conte? –
 
 
 
Egli prese in braccio la bimba che tendeva leggiadra le manine, e ricambiò lo sguardo della moglie con un’occhiata insinuante:
-         Come ignorare i desideri di una splendida principessa del sangue…senza incorrere nelle sue ire funeste! Mi avete dunque perdonato ?- azzardò con aria colpevole accennando ad un inchino scanzonato.
Agnese si dibatteva già impaziente, mostrando con il ditino una farfalla variopinta che svolazzava tra i fiori. Martino si protese verso di lei e la fece turbinare per un po’ tutt’intorno, poi la guidò un po’ più in là, alla ricerca d’insetti rari. Qualcosa nell'aria gli diceva che era arrivato il momento di allontanarsi con discrezione e di concedere ai genitori qualche momento d’intimità. Mentre procedeva tra l’erba con la sorella, si girò a contemplare lo sguardo intenso che suo padre e sua madre si scambiavano, e un sorriso involontario gli fiorì sulle labbra. Tutto era tornato come un tempo, una sensazione di benessere incontenibile gli gonfiò il petto, dandogli un nodo alla gola.
Fabrizio ed Elisa non avvertivano nemmeno più la realtà tangibile intorno a loro, presi com’erano l’uno dall’altra:
 
 
 
 
-         Per cominciare …non ti scuserò mai per avermi abbandonata alle grinfie di quell’insopportabile vanesia …- lasciò cadere la contessa con disappunto.
 
 
Egli le si avvicinò inesorabilmente con un sorriso disarmante:
-         Sono certo che riuscirò a trovare il modo di ottenere la tua indulgenza…- disse con tono che si faceva sempre più sommesso, guardando deliziato il viso di Elisa, su cui il sole scherzava filtrando attraverso la paglia del cappellino.
-          
 
-         In secondo luogo…- proseguì la contessa, indietreggiando di qualche passo - non pensare che ti abbia ancora del tutto perdonato per avermi esposta a tante emozioni inattese, quella fatidica sera, tenendomi all’oscuro di tutto …c’è mancato poco che vanificassi ogni tuo sforzo con un’intempestiva crisi di nervi –
 
 
 
Fabrizio l’afferrò di scatto alla vita, il volto curiosamente vicino al suo:
-         Ero sicuro che non avresti deluso le mie aspettative…e poi, lo sai, volevo stupirti, amore mio! – disse in un soffio.
Egli la fissò con tale passione che Elisa si sentì battere il cuore all’impazzata, nei suoi occhi brillavano fiammelle stregate. Un fuoco furioso la divorava mentre sentiva l’impetuosità del suo desiderio.
 
 
-         Non…non saprei – ribatté lei sempre più esitante – forse non sono ancora pronta alla resa! –
Fabrizio si scostò appena, inarcando leggermente un sopracciglio:
-         Ah, è così dunque, sapevo che saremmo arrivati a questo….- proruppe a voce più alta, con tono ironicamente indignato.
Elisa lo osservò lievemente sorpresa, egli proseguì recitando la commedia della dignità offesa:
-         Sapevo che prima o poi ti saresti presa la tua vendetta, forte della tua superiorità di natali..! – disse con una solennità che soltanto un tremito appena accennato delle labbra smentiva – So bene che ora, potresti avere ai tuoi piedi i Principi più potenti d’ Europa e che io… -
 
 
Non poté proseguire oltre, Elisa gli aveva sigillato la bocca con una mano e ora lo guardava con un’intensità da togliere il fiato, un raggio di luce obliqua traeva liquide trasparenze dal verde scintillante dei suoi occhi:
-         Io ho sempre voluto solo te …non mi è mai importato di un qualunque titolo nobiliare –
Con un’abile mossa, egli si liberò della sua mano, imprigionandola tra le sue:
-         Sì, ma quello che mi turba è che tutti possano additarmi come uno spregevole cacciatore di dote, ora che i ruoli si sono ribaltati! – scrollò il capo, una nota sarcastica nella voce –In qualunque modo la vediamo, c’è stato e ci sarà sempre un abisso sociale tra noi….-
-         Oh, basta! – proruppe Elisa.
 
E in uno slancio irrefrenabile, gli mise le mani sulle spalle, si alzò sulle punte e mise a tacere con le sue labbra quell’insulso fiume di parole, perdendosi nella risposta veemente di quell’abbraccio…
 
                      
 
 
 
FINE
 
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categorie: stordite, edr il romanzo
sabato, 03 novembre 2007

edr versione alternativa XIV PUNTATA

 
    Con un movimento sicuro ed elegante, il conte Ristori rinfoderò la spada dall’impugnatura finemente cesellata. Candidamente incurante delle implicazioni rischiose di ogni suo gesto, egli sembrava, al contrario, provare un sottile compiacimento per quella sfida deliberata. Sprangò la porta con movimenti agili e lanciò un breve sguardo d’intesa ad Elisa che celò prontamente tra le pieghe del mantello la pistola che egli le aveva allungato:
-         Credo che questo scherzo ci varrà una persecuzione dichiarata.- disse Fabrizio - Dobbiamo muoverci in fretta, non passerà molto tempo prima che tutto venga scoperto…-
I suoi occhi provocatori lampeggiarono pericolosamente, carichi di sarcasmo, poi la sensazione esaltante dello scacco cedette il posto ad un interrogativo assillante che esigeva un chiarimento immediato, si volse allora verso la popolana:
-         Perdonate la mia deplorevole indiscrezione, signora. Tuttavia mi sembra giunto il momento di mettere fine ad ogni riserbo, se vogliamo evitare inutili errori…-
L’anziana donna, per cui lo sguardo penetrante del conte, era sempre fonte di profondo disagio, arrossì con veemenza cercando di darsi un contegno.
-         Credo di aver compreso a cosa alludete, conte. Spero di soddisfare la vostra curiosità dandovi la mia parola che non ho niente a che vedere con la morte di quella donna – deglutì a fatica – Ma…la conoscevo, Menica Boccardo è la levatrice che aiutò Elisa a venire al mondo – tacque aspettando che gli altri due assimilassero il senso di quella nuova informazione, l’espressione di sorpresa sui loro volti le disse che non avevano sospettato nulla fino a quel momento – E’ la pura verità…io, stavo solo cercando di fuggire prima di fare la stessa fine di quella poveretta, quando…siete arrivati voi. Il resto lo sapete già…-
Fabrizio aveva ascoltato assorto il resoconto della popolana, soffermandosi distrattamente sui suoi movimenti impacciati; diede un’ultima occhiata furtiva tutt’intorno, per accertarsi che nessuno spiasse i loro movimenti, che ogni cosa andasse secondo i piani, quindi tornò a guardare le sue interlocutrici:
-         Quindi il Re sa. Questo, almeno, ci permette di giocare a carte scoperte, ma rende ancora più rischiosa ogni nostra mossa. E’ necessario essere ancora più prudenti e non lasciare niente al caso. - pronunziò quell’ultima frase, quasi parlando a se stesso – ‘Sua Maestà’ – una smorfia di disprezzo gli contrasse le labbra - sta cercando di eliminare ogni prova, ogni testimone…- rivolse uno sguardo carico di ansia alla contessa - …e tu, Elisa, sarai, senza ombra di dubbio, il suo prossimo bersaglio. Ma se crede di poterti stringere tra le sue grinfie, si sbaglia di grosso…Non ci resta che dileguarci, se non altro fino a quando non saremo pronti per un nuovo affondo…-
Ora, la sua espressione impenetrabile, gelida, lasciava presagire inquietanti macchinazioni.
Se pure fossimo disposti a pagarlo a peso d’oro, non v’è più un angolo in tutto il regno dove sfuggire alla furia del “re”…- un’eco d’apprensione incrinava la voce di Elisa, a dispetto della calma che si sforzava di ostentare.
-         No, amore mio, un posto forse c’è…- un sorriso enigmatico apparve ad increspargli la bella bocca - ma, ti racconterò tutto dopo. Non c’è tempo, ora, per discutere. Seguitemi signore, dobbiamo raggiungere la carrozza al più presto, Orsolina si è già unita al resto del gruppo. Un’ultima raccomandazione ….- si volse alle due donne che attendevano - cerchiamo solo di non dare nell’occhio! –
Il conte sprofondò in un inchino galante e scanzonato, quasi nel tentativo di riportare la fuga ad una dimensione meno drammatica, quindi i nostri eroi si catapultarono spediti nel dedalo di vicoletti striminziti che si snodavano per il paesino.
Una mezza dozzina di ragazzini sommariamente vestiti, intenti a giocare in una viuzza, si sparpagliarono ai due lati per consentire la briosa passeggiata, restando poi fermi a contemplare con occhi sbarrati l’avanzare di quello strano gruppo di viandanti. Zaffate maleodoranti esalavano dall’acqua sporca e dai rifiuti gettati senza cura nei rigagnoli, investendo le narici. Le case, edifici angusti e aggettanti, erano per lo più in rovina: alle pochissime finestre che ancora conservavano un’apparenza dignitosa, i vetri rotti o mancanti dovevano costituire uno schermo alquanto inadeguato contro i gelidi spifferi dell’inverno. Ogni cosa nell’aria greve intorno a loro suggeriva un’idea di miseria e di squallore. L’altra faccia della medaglia, quella della povertà, si celava dietro l’apparenza ridente e bontempona della piazza, dove nulla doveva turbare gli sguardi sensibili di certi avventori. Non era che un piccolo assaggio di quanto, la cattiva reggenza del nuovo sovrano, avesse influito su ogni aspetto dell’economia del regno.
L’escursione forzata ed istruttiva ebbe termine, infine, in una zona un po’ fuori mano, dove attendeva la carrozza, già pronta alla fuga. Dopo un cenno di reciproca intesa, Fabrizio ed Elisa montarono a cavallo, consentendo al resto del gruppo di sistemarsi alla meglio nello spazio esiguo dell’abitacolo. Il conte incitò vigorosamente la cavalcatura scalpitante d’impazienza:
-         Al castello di Pollenzo! – ordinò perentorio al cocchiere, quindi si lanciò in avanti.
                                               *****
I nostri eroi cavalcavano ormai da qualche tempo, senza sosta. Fabrizio, tuttavia, non sembrava dare segni di stanchezza;
 chiuso in un mutismo denso di pensieri, osservava fissamente la strada innanzi a sé, sostenuto dal desiderio di raggiungere il suo segreto obiettivo.
Un vento sferzante batteva ora la vallata, modellava incalzanti cavalloni sulle distese palpitanti dei pascoli, insinuava le sue dita algide tra le rupi e i rami vibranti, e recava ai viaggiatori una nenia infinita di mormorii indistinti che si sperdevano nell’aria guizzante del tardo meriggio.
Un cielo basso, velato da nuvole gonfie, sembrava comprimere i contorni dell’orizzonte in una morsa di piombo. A qualche distanza, saette baluginanti, fendevano la tenebra innaturale che faceva da sfondo ai boschi, accendendo improvvisi profili di luce; visioni fugaci che sprofondavano presto nel grigiore indefinito del paesaggio.
Elisa si strinse rabbrividendo nel mantello, e si augurò che la meta fosse ormai prossima. Se non avessero trovato un riparo in breve tempo, sarebbero stati investiti da una tempesta di proporzioni allarmanti. Il sibilo incessante del vento aveva reso difficile ogni conversazione con il conte, e lei si era infine rassegnata a trarre da sola le dovute conclusioni, sulla base delle poche informazioni a sua disposizione.
Il sontuoso castello di Pollenzo era la dimora ufficiale del duca di Chablais, secondogenito di Carlo Emanuele III, figlio della seconda regina: Polixena Cristina di Hesse. Quel semplice dato, sarebbe stato quindi, di per sé, più che sufficiente a far luce sull’intenzione del conte di chiedere protezione
e asilo all’ancora inconsapevole erede alla corona, in cambio delle preziose rivelazioni in suo possesso.
 I lineamenti di Fabrizio si distesero appena in un breve sorriso, tese una mano ad indicare un punto verso ovest e alzò la voce, sì da farsi udire attraverso il frastuono della bufera:
-         Ci siamo, finalmente!-
Davanti a loro, oltre l’oscura cortina di ombre proiettate dalle nuvole, si svelava lentamente la sagoma caratteristica del castello, con le sue svettanti torri rosse, che dominava il piccolo borgo. Il nastro argentato del Tanaro si svolgeva ai suoi piedi facendo da cornice a quel quadro a fosche tinte. Se tutto fosse andato secondo i piani, avrebbero finalmente trovato un rifugio che mettesse fine, almeno per il momento, a quel viaggio interminabile.
                                                 *****
La figura di Vittorio Amedeo si stagliava minacciosa contro la luce bianca della trifora, una mano chiusa ad artiglio intorno all’elegante calamaio, che faceva bella mostra di sé, sulla scrivania di palissandro.
-         Questo affronto è più di quanto sia pensabile tollerare. Basta con i giochetti sottili! Il conte Ristori vuole dunque la guerra? - nei suoi occhi aleggiava uno sguardo inequivocabilmente omicida, per un attimo sembrò che volesse scagliare il pesante oggetto contro la parete, pure alla fine lo depose fremendo - Che guerra sia, allora! Non più tardi di domani, avrà luogo l’esecuzione di Martino Ristori…e vedremo chi avrà l’ultima parola…- sibilò tra i denti.
Madame Lavoulère scosse il capo e trattenne brevemente il respiro accarezzandosi le labbra piene e conturbanti, seguendo con le dita le incantevoli volute dei riccioli corvini, in uno di quei gesti in lei consueti, quasi ella volesse sottolineare per gli altri e per se stessa, la realtà ineffabile, della propria persona. Non era donna che rifuggisse dal parlar chiaro. Tuttavia voleva essere certa di trovare i termini giusti per non urtare la sensibilità del sovrano. Alienarselo era l’ultimo dei suoi desideri.
-         Vi invito a riflettere, Vostra Maestà.- lo guardò un istante di sottecchi, quindi proseguì rassicurata - Il conte Ristori è più astuto di quanto pensassimo…ogni sua mossa sembra accuratamente studiata. La sua tracotante spavalderia ci dice che egli, ora, ha tra le mani qualcosa di decisivo contro di voi, o non avrebbe osato tanto! D’altro canto, con molta probabilità non è ancora a conoscenza dell’arresto del figlio, ma anche se ne fosse stato informato, dubito che il suo comportamento sarebbe stato molto diverso. Sa perfettamente che avete le mani legate: se uccidete suo figlio, decretate la vostra condanna. Nulla potrà più placare la sua furia….ma se giocate bene le vostre carte, il figlio del conte potrebbe rivelarsi una preziosa merce di scambio! – tacque aspettando l’effetto delle sue parole sull’interlocutore.
La logica del discorso non aveva mancato di colpire il sovrano, che si soffermò a lungo a seguire con il dorso della mano inanellata, le linee armoniosamente fluide della scrivania.
-         Come sempre, la vostra sagacia non cessa di sorprendermi, Eléonore. Tuttavia dimenticate che, non molto tempo fa, la sua smania di eroismo ha mandato a monte i nostri disegni di gloria. Nemmeno la minaccia della decapitazione ha potuto farlo desistere dai suoi propositi…non vi è peggiore risma di quella degli idealisti! – concluse sprezzante.
-         Ricordo bene quell’episodio, Sire. Tuttavia insisto, ora la posta in gioco è ben diversa. Il conte può anche aver deciso di sacrificare la PROPRIA vita, per un ideale…- fece una pausa significativa – non certo quella di suo figlio! – gli occhi di lei lo fissarono con improvvisa risolutezza.
Il sovrano trasse un profondo sospiro di resa:
-         Qualcosa mi dice che avete visto giusto, mia preziosa amica – un sorriso crudele gli apparve sulle labbra – non ci resta che anticipare le sue mosse. Eccoci infine giunti al punto nodale: quale potrà mai essere il piano del nostro Don Chisciotte ? –
-         Credo che le strategie del conte siano tutt’altro che prevedibili. Lo ha dimostrato ampiamente. Tuttavia saremo noi, sire, a stanare la preda, e con un’esca niente affatto trascurabile – tracciò l’ennesima linea immaginaria lungo il contorno del suo viso, dall’ovale perfetto – mi pare proprio sia giunto il momento di rinverdire il legame d’amicizia con la nostra comune amica, la contessa Anna Ristori. Le visite di cortesia sono sempre le più istruttive! – ingiunse, mentre un sorriso indefinibile le indugiava sulle labbra
 
Ancora una volta la notte aveva adagiato il suo drappo impenetrabile sugli affanni e le ansie del giorno. La tempesta continuava a imperversare al di là delle mura del castello di Pollenzo, turbando lievemente, con i suoi tumulti, i sogni di chi vi dimorava. Una luna sfocata, appena visibile, attraverso la leggera foschia che ammantava ogni cosa, conferiva al paesaggio un aspetto cupo e spettrale.
Ad un attento viandante notturno, che avesse indugiato con lo sguardo sui contorni d’inchiostro delle torri merlate contro il grigio nebuloso del cielo, non sarebbe certo sfuggito il tremolio accennato di una luce dietro la vetrata ogivale di uno dei torrioni, unico sfolgorio in quell’ordito di tenebra.
A quel che sembrava, all’interno del castello, c’era chi stentava ancora a prendere sonno malgrado l’ora tarda. 
Il bagliore intermittente di un candeliere a due bracci traeva dalla penombra della stanza, gli incerti particolari degli affreschi della volta, ora una figura sinuosa di donna che tendeva le mani affusolate verso un’immagine affondata nell’oscurità, ora le teste ghignanti di fantasiosi animali araldici in pose plastiche e singolari.
Elisa sospirò brevemente e raccolse le ginocchia contro il petto, chinando il capo su un lato. La luce esitante del candelabro alle sue spalle, sembrava racchiudere i suoi capelli in un contorno danzante di fiamme brunite, s’insinuava qua e là attraverso la chioma scomposta, incendiandola di caldi bagliori. Fabrizio fissava incantato quella cascata prorompente di soffici ricci e pareva meditare.
-         Il fatto che il duca ci abbia offerto il suo aiuto è indubbiamente un passo avanti. La sua reazione è andata al di là di ogni immaginabile aspettativa…-
Mentre riandava col pensiero alla scena del colloquio con il duca di Chablais, il conte aveva la sensazione di rivivere in prima persona le emozioni contrastanti che avevano animato il suo interlocutore: egli era passato, in capo a breve tempo, da una circospetta diffidenza all’incredulità, dal più disarmato sbigottimento ad una rabbia furibonda. Rivedeva le sue dita affusolate che reggevano la pergamena ingiallita dal tempo, il suo sguardo ansioso che scorreva il documento quasi alla ricerca di un elemento che smentisse le infami insinuazioni.
Si era riavuto presto dal colpo, l’ostilità che lo contrapponeva al fratello maggiore, era cosa nota negli eleganti salotti della corte sabauda. Dacché Vittorio Amedeo era salito al trono, i loro rapporti erano considerevolmente peggiorati; il duca di Chablais, progressista e illuminato, non vedeva di buon occhio le riforme accentratrici e restrittive del sovrano, e non aveva mancato di farlo notare in più di un’occasione. Aveva tuttavia dovuto rassegnarsi a vivere un’esistenza nell’ombra, il più possibile lontano dai tumulti della corte, mantenendo con il re un rapporto freddo e cortese, come richiedeva la rigida osservanza del protocollo.
Fabrizio aveva sempre nutrito una profonda stima per quell’uomo austero e solitario, a cui si sentiva accomunato dai medesimi ideali, ed ora finalmente, vedeva in lui il miraggio della sola possibile alternativa ad un regno rovinoso, fondato sull’impostura.
I due gentiluomini avevano conversato a lungo nell’immensa biblioteca circolare, come vecchi compagni d’arme, mentre le ultime luci cupe di quel giorno tempestoso svanivano stancamente nella sera. Un tacito accordo era stato suggellato, fatto d’intese e complicità inespresse, un’alleanza che non aveva avuto bisogno di parole.
Elisa diede voce ai suoi pensieri, la fronte segnata da una ruga appena avvertibile:
-         Adesso, dunque, abbiamo la fiducia del duca….ciò nonostante, persino il ducato di Chablais fa parte del regno di Savoia, non dimentichiamocene. Non oso nemmeno pensare a quale potrebbe essere la reazione del re di fronte ad una minaccia di cospirazione! -
Fabrizio levò una mano ad accarezzare una ciocca ribelle che ricadeva languidamente sulla spalla scoperta di sua moglie, persino in quel momento di profonda apprensione non riusciva a rimanere insensibile di fronte al potere di quel fascino inconsapevole.
-         E’ proprio per questo che occorre agire tempestivamente, egli si aspetta intrighi, subdole cospirazioni, non certo il colpo di scena che ho in serbo per lui. Gli daremo scacco prima di quando possa immaginare, non avrà nemmeno il tempo di parare i colpi! -
Elisa giocherellava assorta con il pizzo candido del negligé concedendosi di buon grado alle attenzioni indolenti del marito.
-         Il tuo sguardo misterioso mi dice che hai già un piano preciso in mente…- rimase con le labbra dischiuse, in attesa che egli desse forma alle intuizioni imprecise che balenavano nella sua mente.
Fabrizio la trasse a sé avvolgendola con le braccia, nello slancio rassicurante e tenero che gli era consueto. Adagiò un bacio delicato su una palpebra abbassata.
-         Sì….Elisa, ho un piano, qualcosa che è andato lentamente prendendo forma, un piano di cui nessuno è a conoscenza. Sono stato io a volere che fosse così …. – la guardò a lungo, negli occhi eloquenti una tacita richiesta. Le prese il volto tra le mani. – Ti chiedo solo di fidarti di me e di non farmi domande, per ora. E’ assolutamente indispensabile che io giochi da solo l’ultima mano di questa partita…e poi, desidero che il gran finale lasci senza fiato anche te.- sorrise brevemente, con tenerezza:
 
- Giuro che ti renderò giustizia agli occhi del mondo, amore mio…come meriti! –
Il tono appassionato della sua voce vibrante bastò ad indurla alla resa. Si perdeva disarmata nell’azzurro dei suoi occhi penetranti e, stranamente, non si sentiva affatto ferita da quell’esigenza di riserbo. Quell’uomo fiero, irriducibile, dall’animo nobile, le apparteneva incondizionatamente ed Elisa sapeva che il segreto della loro unione speciale era racchiuso, anche, nella fiducia discreta e paziente che sa farsi da parte per concedere spazio ai voli solitari. Allungò una mano esitante a sfiorargli con dolcezza uno zigomo deciso.
-         Sai bene che l’unica cosa che conta per me è la stima delle persone che hanno appreso ad apprezzarmi come ‘Elisa Scalzi’, senza lasciarsi condizionare dalle mie umili origini. Ma se questo è quello che TU vuoi… che sia, allora! – disse sommessamente – Solo….non riesco a impedirmi di tremare per te! Sei proprio sicuro di quello che fai, Fabrizio? –
Egli posò una mano su quella di lei con fermezza e dolcezza a un tempo, intrecciò le dita affusolate alle sue:
-         Credo di non essere mai stato più sicuro di qualcosa in vita mia, fuorché del mio amore per te, naturalmente- un sorriso faunesco gli si dipinse per un attimo sul volto, per lasciare subito il posto ad un’espressione più dolorosa- …Avrò cura di me, non dubitare, non intendo rinunciare ancora una volta a te… né tanto meno alla mia esistenza… ho atteso troppo a lungo per riappropriarmene…- la sua voce vibrava di ricordi penosi, si riscosse – ho inviato un messo fidato a dare la notizia del nostro arrivo a Rivombrosa. Attendo presto sue notizie…-
Elisa socchiuse gli occhi, perdendosi in piacevoli fantasticherie:
-         Non vedo l’ora di riabbracciare tutti: Anna , Antonio, Martino – pronunciò quel nome con un fremito d’affetto - …è un uomo fatto, ormai, ed ogni giorno che passa ti somiglia sempre di più, la stessa fierezza, lo stesso portamento aristocratico…stenterai a riconoscerlo…-
 
Fabrizio l’ascoltava riandando con il ricordo ai momenti intensi che aveva condiviso con il figlio, e un’angosciante sensazione di perdita lo coglieva, per tutti quegli anni di esilio costretto a rimanere lontano da casa:
-         Anche questo pesa sulla bilancia, tutto il tempo che ci è stato rubato, e che nessuno potrà mai restituirci! – disse con voce roca.
 
Elisa gli sfiorò il mento con le labbra, nel tentativo di sottrarlo ai pensieri molesti. La stanchezza di quella giornata interminabile cominciava a farsi sentire con insistenza:
-         Ora, mio impavido e bel cavaliere, credo che la notte avanzi i suoi diritti…! –
-         Impavido io? – esclamò il conte simulando uno stupore esagerato – Al tuo confronto la mia impresa non è stata che un timido esempio di temerarietà. Non eri forse tu, l’indomita sovversiva che imbracciava con cotanto spregio del pericolo, quel temibile schioppo? – la canzonò – credo proprio che non mi convenga provocarti, se ho a cuore la mia incolumità…- concluse, agitando con sarcasmo un severo dito ammonitore.
Elisa rise di gusto a quel ricordo:
-         Sono stati istanti impagabili, sento ancora il brivido della sfida che mi brucia nelle vene!-
 
-         Mia battagliera e impareggiabile moglie, chissà quali altri imprevisti mi riserva la vita al tuo fianco. Finisci sempre col sorprendermi…- sorrise.
Una luce carezzevole gli accendeva lo sguardo mentre la contemplava ammirato, solo allora si avvide del volto tirato di Elisa che tentava eroicamente di vincere lo sfinimento; delle ombre leggere le appesantivano gli occhi, rendendoli più grandi e profondi.
  
-         Sono un orso insensibile! E’ stata una lunga giornata, densa di avvenimenti, vieni qui…ci sarà ancora tempo domani per gli assilli e le chiacchiere. –
 
Si allungò con indolenza tra le lenzuola ricamate e la attirò teneramente tra le sue braccia cercando, in modo encomiabile, di frenare le pulsioni che nascevano in lui ogni qualvolta il suo corpo veniva in contatto con quello desiderabile della moglie, a dispetto della stanchezza e degli affanni.
Spense rapidamente le candele e ogni particolare della stanza piombò nell’oscurità, lo slancio aggraziato della figura femminile raffigurata sulla volta rimase improvvisamente sospeso, in attesa che le timide luci dell’alba ridessero vita a quella danza che si perpetuava all’infinito. Elisa si rannicchiò contro il petto ampio e virile di suo marito e si sentì pervasa da un profondo senso di sicurezza.
-         Stringimi più forte, Fabrizio, mi sembra quasi che l’ansia svanisca tra le tue braccia. E’ sempre stato così… – sussurrò.
Egli l’avvolse allora con rinnovata fermezza, lasciando che lei adagiasse il capo nell’incavo accogliente della sua spalla. Le sfiorò con piccoli baci delicati la fronte di madreperla, le labbra vellutate, e reprimendo il desiderio ardente che gli infiammava il sangue, attese paziente che le membra di lei si abbandonassero al sonno.
 
Rimase per un po’, gli occhi sbarrati nel buio, ad ascoltare il respiro leggero di Elisa farsi sempre più cadenzato, finché anche i suoi pensieri non cedettero il posto alle ombre indistinte della notte.
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Le foglie del rampicante intorno al piccolo gazebo fremevano lievi all’aria capricciosa di quel giorno di primavera, proiettando ombre volubili e nitide sul viso e sull’abito della figura aggraziata che sedeva eretta, intenta a dipingere. La contessa Anna Ristori rabbrividì appena e cercò di trattenere il fichu di seta che era scivolato su un lato, scoprendole le spalle. Riusciva a stento a contenere l’agitazione crescente che si impadroniva di lei. Anche il debole tentativo di trovare un’occupazione, che la distogliesse dalle sue instancabili elucubrazioni, era risultato vano. Socchiuse gli occhi cercando di cogliere l’effetto finale della sua tela e scrollò il capo, in un gesto di stizza.
Aggiunse a quell’improbabile cielo in tempesta una pennellata più chiara, che sembrava accendere un sole inatteso nella tenebrosità del paesaggio, quindi depose il pennello e asciugò i colori con un tocco spazientito delle dita.
Proprio in quel momento il suo sguardo cadde sul gentiluomo che le veniva incontro percorrendo il tappeto erboso con passo spedito, ella si alzò lesta e si protese verso di lui con trepidazione.
-         Antonio, finalmente sei qui, grazie al cielo! Mi è sembrato quasi d’impazzire mentre aspettavo, che novità mi porti? –
 
Lo sguardo di attesa fiduciosa, che il dottor Ceppi lesse negli occhi della moglie, gli diede una stretta al cuore, avrebbe voluto regalarle il mondo su un piatto d’argento, e rivedere il suo bel volto illuminato da un sorriso, invece era costretto ad arrendersi anche lui, impotente, dinanzi agli ultimi eventi ineluttabili. Le prese le mani nervose tra le sue, traendola lievemente a sé, in un gesto carezzevole e protettivo:
-         Buongiorno a te, amor mio. Anch’io ero terribilmente ansioso di rivederti. – la schernì prendendo tempo - Pare che i festeggiamenti in occasione del fidanzamento della principessa Maria Clotilde di Sassonia con il principe ereditario del Piemonte ci diano qualche giorno di proroga – disse cercando di far mostra di una calma che non gli apparteneva – il processo verrà riaperto solo in seguito. –
-         …E Martino, come ti è sembrato? Sa già che…?-
-         Sì, gli ho detto che suo padre è in Sabaudia, questa notizia l’ha tirato un po’ su – un sorriso velato di tristezza gli apparve sul volto al ricordo dell’espressione fiera e raggiante del nipote –… E’ molto fiducioso… suo padre è un eroe ai suoi occhi! –
Antonio si astenne dall’esprimere apertamente tutti i suoi pensieri, non disse alla moglie che anche lui avrebbe voluto nutrire lo stesso ottimismo di Martino, invece dei cupi presentimenti che gli gravavano nel petto. Lanciò uno sguardo preoccupato ai grandi occhi neri e cerchiati di Anna; da qualche giorno andava soggetta a degli improvvisi malesseri che non lasciavano presagire nulla di buono per la sua gravidanza. Cercò di condurre la conversazione su un terreno meno malsicuro, e si soffermò per un attimo a contemplare il dipinto della moglie, ostentando una smaccata ammirazione:
-         Stai diventando un’eccellente artista, mia cara, i miei complimenti! –
 
 Non ti prendere gioco di me, Antonio. Sai bene che non ho alcuna inclinazione per l’arte pittorica! - guardò la tela di sottecchi, con scarsa convinzione – del resto, poco importa. E’ stato solo un tentativo malriuscito di tenermi occupata! –
Ora Anna guardava fissamente il paesaggio artificiale dinanzi a sé senza più vederlo, un pensiero si faceva strada nella sua mente. Si lasciò cadere stancamente sulla poltroncina di broccato a fiori:
-         Non oso immaginare quale sarà la reazione di Fabrizio quando saprà…Ho atteso così tanto tempo per riabbracciarlo ed ora, questo momento è già avvelenato…-
Antonio le sfiorò la guancia là dove indugiava una breve pennellata di colore, sfuggita all’occhio distratto dell’artista. Si fece forza e diede alla sua voce un’inflessione più determinata e incoraggiante:
-         Sono sicuro che, ora che Fabrizio è tornato, troveremo un modo per venire fuori da questa situazione. Stasera, dopo l’imbrunire, andremo da lui e…-
Non fece in tempo a completare la frase: una carrozza dalla livrea nera e oro, varcava proprio in quel momento gli imponenti cancelli di Rivombrosa. Mentre Antonio e Anna stavano ancora interrogandosi sull’identità misteriosa del personaggio venuto a recar loro visita, un vezzoso cappellino a cupola alta s’intravide attraverso la trasparenza dei vetri.
A fugare ogni dubbio rimasto agli spettatori bastò il piedino elegantemente calzato che apparve sul predellino abbassato. La scarpina di raso blu, sovrastata da morbide piume scarlatte, con un alto tacco riccamente tempestato di zaffiri, non poteva che appartenere a colei che aveva lungamente fatto chiacchierare di sé il bel mondo, per la sua appariscente eleganza. Madame Lavoulère emerse infine dalla carrozza sfoggiando la più estrosa delle tolette ed uno smagliante sorriso visibilmente affettato:
-         Dottore, mia cara amica, in fede mia sono secoli che non vi si vede a corte! – disse in tono ingannevolmente amabile – Così mi sono detta che non vi avrei assolutamente permesso di isolarvi tanto impunemente dal bel mondo..ed eccomi qua! –
-         Che dire? La vostra è una visita inaspettata, signora – esclamò Anna sconcertata da tanta sfrontatezza – pensavamo che gli ultimi scandalosi accadimenti ci avessero reso sufficientemente infrequentabili da giustificare le nostre assenze in società. Devo aver inteso male…ad ogni modo è bene che voi sappiate che la vostra amicizia con il sovrano, vi rende l’ospite meno gradita, in questo momento, a Rivombrosa –
 Un lampo si sorpresa passò negli occhi di Antonio. Madame Lavoulère vacillò appena; nessuno dei due si era atteso la brutale schiettezza che aveva intessuto le parole della contessa. L’ospite si riebbe
presto, con estrema naturalezza lasciò cadere la maschera di finta cortesia che aveva indossato fino a quel momento e sul suo viso si dipinse, con altrettanta disinvoltura, un’espressione di beffarda incredulità:
-         Trovo i vostri modi esecrabili, cara contessa. Lasciatevelo dire..!- inarcò elegantemente un sopracciglio – Tuttavia non temete, vi libererò presto dalla mia presenza. Non appena avrò raggiunto lo scopo per il quale sono venuta. – disse suadente, ravviandosi le pieghe della gonna.
-         Immaginavo dovesse essercene uno. Ebbene? – chiese Anna sfiancata da tutti quei giri di parole.
Mme Lavoulère continuò la sua crudele farsa ad uso e consumo degli ascoltatori. Il tono scortese della contessa non sembrava averla per nulla smontata. Si sedette languidamente su una delle poltroncine del gazebo, intrecciò pigramente le mani in grembo e lanciò all’altra uno sguardo di aperta sfida:
-         Sono certa che voi sappiate che il conte Ristori è miracolosamente vivo, e che adesso si trova da qualche parte non lontano da qui – tacque brevemente osservando compiaciuta l’espressione allarmata dei suoi interlocutori – Molto bene, vedo che sono finalmente riuscita ad ottenere la vostra attenzione.. Dicevo? Ah si...Si dà il caso che il conte abbia in mano qualcosa di estremamente ‘caro’ al sovrano. D’altro canto sembra anche che Sua Maestà possegga a sua volta qualcosa di estremamente caro al conte…Va da sé che sarebbe nell’interesse di vostro fratello prendere in considerazione l’idea di uno scambio …e adesso, cari ospiti – disse con velata ironia, alzandosi di scatto dalla poltrona e dirigendosi in un fruscio di seta verso la carrozza, dove un servitore in livrea attendeva davanti allo sportello aperto – vi lascio alle vostre amene meditazioni, certa che il messaggio raggiungerà presto l’orecchio attento e la mente sagace della persona in causa. Una buona giornata a voi..!-
E con queste parole si dileguò, lasciandosi alle spalle un profondo senso di sollievo e una lunga scia di profumo alla violetta.
 
 
La sera regnava mite e incontrastata intorno al castello di Pollenzo, una luna sfavillante si delineava già nella luce morente del crepuscolo, stendendosi lieve sulle merlature e i profili imponenti delle sue mura fortificate.
L’elegante carrozza varcò il cancello, percorse l’ampia corte interna, e si fermò brevemente, sì da permettere ai passeggeri di raggiungere agevolmente l’ingresso principale.
Appena un servitore ebbe abbassato il predellino, ne discesero due gentiluomini alti e dinoccolati accompagnati da una dama dall’incedere elegante e leggero. Il mantello alla Watteau, che scendeva armoniosamente dalle sue spalle e si prolungava in un lieve strascico, le conferiva un aspetto altero e dignitoso. Il gruppo svanì rapidamente attraverso l’immenso portone bugnato, dove attendevano dei valletti in livrea blu e oro.
In capo a pochi minuti, un’altra carrozza fece il suo ingresso al seguito della prima, lo scalpiccio del tiro di bai risuonò brevemente sul selciato di ciottoli regolari, quindi cessò del tutto.
Si sarebbe detto che un evento mondano avesse attratto quei visitatori notturni al castello, tuttavia nessuna musica interrompeva il silenzio della sera con le sue note fluide e carezzevoli, e uno sguardo meno superficiale ai movimenti circospetti degli ospiti, avrebbe potuto, piuttosto, inequivocabilmente suggerire un segreto convegno notturno.
L’instancabile e cauto viavai di messi dei giorni precedenti, tra il castello, la tenuta di Rivombrosa e la prestigiosa locanda dello “Chasseur”- dove erano scesi, in incognito, gli altri tre viaggiatori appena giunti dallo Champagne - sarebbe stato di per sé sufficiente ad insospettire il sovrano su ciò che si tramava alle sue spalle, nel ducato di Chablais. Ma Sua Maestà era troppo altezzosamente sicuro di sé per preoccuparsi di ciò che gli accadeva intorno, troppo boriosamente convinto di avere tra le mani la carta vincente che gli avrebbe garantito un regno solido e duraturo…           
                         ******
Il conte Ristori percorse con una disinvoltura non priva di una certa ostentazione, la distanza che lo separava dal palazzo reale. Immagini dolorosamente nitide si susseguivano nella sua mente traboccante di livore: il volto commosso di Anna che lo stringeva spasmodicamente tra le sue braccia, gli occhi ansiosi di Antonio che sembrava vacillare sotto il suo sguardo inquisitore, e poi quelle parole che avevano risuonato come spari nell’atmosfera già greve della grande sala. Suo figlio Martino era prigioniero di quel miserabile che aveva ancora la sfrontatezza di farsi chiamare “Re”! Quando era stato ormai certo di avere in pugno quella vile canaglia, di liberare il Piemonte dalla sua morsa infame, tutto veniva rimesso in discussione. Era stanco – si disse - di quei cauti giochetti orchestrati nell’ombra. Non intendeva più nascondersi, il re lo voleva al suo cospetto? Ebbene l’avrebbe fronteggiato apertamente e alla luce del sole, fosse pure a rischio della propria vita.
Assolutamente irremovibile nella sua determinazione a mantener fede al suo piano, egli procedeva impassibile sotto gli sguardi curiosi che si posavano su di lui, dando mostra di iniziare a riconoscere quel volto dai lineamenti aristocratici, dove due occhi gelidi come l’acciaio sembravano sfavillare di une luce tagliente.
Poco prima della scalinata antistante all’ingresso, le guardie reali incrociarono le lance in un clangore metallico che non ammetteva repliche:
-         Nessuno può entrare a palazzo senza essere annunciato. Di grazia, avete forse un’udienza o un regolare invito? – chiese la guardia reale, lievemente intimorita dallo sguardo altezzoso che lo esaminava dall’alto in basso.
-         Sono il conte Fabrizio Ristori, non sono munito di nessun invito, ma ho l’assoluta, irrefutabile certezza di essere atteso da sua Maestà! –
Egli aveva scandito ogni singola parola, sottolineandola con tale sdegnoso compiacimento, da far indietreggiare la guardia, che rimase a bocca aperta, mentre i suoi occhi cominciavano a ravvisare le fattezze del gentiluomo di fronte a lui.
-         Ma, deve esserci un errore…il conte Ristori è morto anni fa! – proruppe incredulo.
-         Nessun errore, come potete vedere – egli indicò la sua persona a riprova delle sue parole, in un gesto languido e provocatorio -….mi lusingo di non avere alcun dubbio in merito alla mia identità. – le sue labbra ebbero un tremito sardonico – E ora volete avere la bontà di lasciarmi passare? –
Piuttosto che far luce sull’enigma, quelle parole finirono col gettare la guardia in uno stato di completa confusione. Non riusciva a decidersi sul da farsi e sembrava curiosamente attendere, paralizzato, che una qualunque illuminazione gli suggerisse la via da seguire.
    
 Tutt’intorno si fece uno stupefatto silenzio, i gentiluomini e le gentildonne che sostavano distrattamente sulla scalinata interruppero d’un tratto le loro conversazioni amene, e rimasero a contemplare in maniera estatica quel magnifico fantasma dalla figura dinoccolata. Nessun dubbio
poteva ormai sussistere nella loro mente, che non si trattasse in effetti del leggendario conte, morto anni addietro, in un agguato del duca Ranieri.
Sembrava tuttavia che quegli sguardi continuassero a non toccare per nulla il nostro eroe, tanto egli rimaneva disinvoltamente imperturbabile. Fissò sull’ufficiale uno sguardo infastidito e disse con un accenno di impazienza:
-         Pensate di lasciarmi tutta la giornata ad attendere, o mi scorterete dal sovrano, alla fine?
-         Certo signore, scusate… -
La guardia parve riscuotersi, infine, e decise che la determinazione più saggia era quella di seguire il suggerimento del gentiluomo, se non voleva rischiare di incorrere nelle furie del re. Il conte venne scortato, attraverso le gallerie di quadri e i sovrabbondanti stucchi dei corridoi del palazzo, fino alla sala delle udienze, dove venne annunciato, con voce malferma il suo nome:
-         Il conte Ristori chiede di parlare con voi, Vostra Maestà – un silenzio carico d’imbarazzo calò tra gli astanti.
 Il sovrano sgranò gli occhi in un moto di sorpresa indispettita, quindi si affrettò a congedare bruscamente i presenti, con una curiosa quanto inaspettata inosservanza delle regole della comune cortesia.
Un mormorio crescente cominciò a levarsi dai gruppi di persone che facevano capannello nell’anticamera, e le nuove congetture presero presto il posto dei vuoti pettegolezzi che avevano sostenuto, fino a quel momento, le svariate conversazioni.
Infine la porta venne richiusa alle spalle del conte, assieme al chiacchierio sommesso della fitta schiera di nobiluomini e nobildonne. Il re attendeva, rigidamente impettito, sul suo trono sovraccarico di intarsi e pietre preziose. Ogni suo impercettibile movimento, il modo stesso in cui si studiava di far mostra di un’assoluta indifferenza, non facevano che tradire l’impazienza e la rabbia che si impadronivano di lui. Il conte Ristori, conscio della propria sfrontatezza, sprofondò in un inchino tanto esagerato da fare apparire il gesto, un insulto:
-         Vostra Maestà – le sue narici fremevano di sdegno contenuto a fatica.
-         Come avete osato mostrarvi , in pubblico con tanta impudenza! – ruggì
La collera del sovrano procurava al conte un piacere sottile, prese deliberatamente tempo e riuscì a dire con una voce morbida:
-         Non era questo che volevate, forse? Credevo di aver ricevuto un monito piuttosto chiaro! –
 
-         La vostra arroganza è insultante, conte. Siamo stati più che tolleranti con voi… è finito il tempo della clemenza!- tuonò ancora.
La voce del conte si fece ancora più gelidamente morbida, la calma studiata con cui si rivolse al suo interlocutore, rendeva insopportabilmente irritanti le sue provocazioni:
-         Vedete Sire, mi è impossibile simulare un rispetto che non nutro e che non nutrirò mai, per un impostore e un ribaldo quale voi siete! – giocherellò distrattamente con il bastone da passeggio.
Quelle parole vibrarono nell’aria come una sferza, sembrò quasi che Vittorio Amedeo volesse reagire alla provocazione, si protese in avanti, poi cambiò improvvisamente idea e si adagiò comodamente sui cuscini, fissando l’altro con aria di sfida:
-         Malauguratamente, conte, temo che, volente o nolente, dovrete rendermi omaggio ancora a lungo! –
 
Fabrizio contorse le labbra in un’espressione di disgusto:
-         Ebbene, vedo che siamo giunti, alla fine, al punto nodale. Fatemi dunque la vostra spregevole offerta. Per quanto, io sia certo di immaginare già le ributtanti macchinazioni che la vostra mente malata è in grado di partorire..! -
-         Mi deludete conte, mi sarei atteso una maggiore remissività da voi, vista la situazione delicata in cui vi trovate. Non dimenticate che la vita del vostro ‘bastardo’ è appesa a un filo. Basterebbe solo che io schioccassi le dita e potreste dimenticarvi per sempre di rivederlo….-
Un fremito di furore percorse il conte, i suoi occhi balenarono brevemente di una luce omicida prima che egli riuscisse a ritrovare il controllo di sé.
Il sovrano lo osservò ancora, soddisfatto dell’effetto delle sue parole. Questa volta sembrava fosse riuscito a trovare i termini giusti per metterlo efficacemente a tacere.
-         Molto bene, così va meglio. Dopo tutto…sembra che non siate così sprovveduto. Ora che abbiamo lasciato cadere ogni velo, ditemi, come avete fatto a scoprire la verità sul mio passato ? –
Fabrizio dovette fare uno sforzo notevole per non saltargli alla gola, si volse verso la trifora dandogli intenzionalmente le spalle mentre rispondeva in un sibilo:
-         La dama di compagnia, quella che voi avete cercato per anni, custodisce una confessione schiacciante, vergata dalla mano della defunta regina. –
-         Se solo l’avessi stanata anni addietro…adesso non dovrei preoccuparmi di risolvere questo spiacevole problema!-
Sua Maestà vide che la mano del conte si stringeva inconsapevolmente a pugno.
-         Immagino che l’avreste fatta uccidere, così come avete fatto con la levatrice, facendo poi ricadere la colpa sulla vostra stessa madre, ma questi sono solo particolari trascurabili per voi! – la rabbia gli impediva quasi di parlare.
-         Un piano perfettamente congegnato, non trovate? Stavo per liberarmi in un colpo solo di tre pedine scomode…se non fosse stato per il vostro inopportuno intervento!-
-         Siete un essere ripugnante … - le sue labbra serrate erano diventate esangui - Avreste avuto il coraggio, senza farvi il benché minimo scrupolo, di uccidere vostra madre e vostra sorella…! –
Era il sovrano, ora, ad avere la meglio in quel duello verbale senza esclusione di colpi. Aveva infine portato il suo avversario dove voleva, e adesso osservava con un moto di soddisfazione i suoi muscoli contratti.
-         Già, dimenticavo mia sorella, la principessa ingiustamente defraudata della sua legittima eredità, l’impareggiabile eroina di sangue reale che tutti hanno sempre creduto una miserabile popolana, e che, ahimé, non avrà mai modo di riscattarsi agli occhi del bel mondo!- lo fissò ancora, provocatorio - Vedete conte…i legami di sangue non sono, a volte, che un inutile impedimento. I sentimentali non otterranno mai la gloria, né il prestigio. Saranno sempre costretti ad accontentarsi dell’ombra, come la mia sorellastra, come voi… -
-         Molto bene, che ombra sia, allora. Non intendo sprecare altro fiato…veniamo al dunque! -
-         Avete le prove con voi? Datemi! – e tese una mano avida.
Il conte sorrise, d’un sorriso crudele:
-         Pensavate forse che tutto sarebbe stato così semplice? So fin troppo bene che appena avrete tra le mani quelle carte, non attenderete un solo istante per decretare la fine della casata Ristori…..per questo ho pensato bene di cautelare i miei interessi..-
-         Non avete molta scelta, conte! –
-         Nemmeno voi , Sire, se volete continuare a stringere il vostro prezioso scettro! –
-         Vi ascolto…! –
-         Come potrete intuire le prove non sono qui.- Fabrizio lo guardò di sottecchi - Aspetto che arrivino dalla Francia da un giorno all’altro. Nell’ istante esatto in cui stringerete in mano la confessione, io e la mia famiglia, Martino compreso, saremo già lontani…non ho certo l’ingenuità di pensare che mi lascerete la mia tenuta e la mia esistenza, con la minaccia persistente di una cospirazione ai vostri danni! Del resto in questi luoghi, sotto la vostra reggenza, l’aria è diventata infetta! -
Vittorio Amedeo eluse quell’ennesima provocazione, scrollò il capo, ancora poco convinto:
-         Neanche io sono uno sprovveduto, conte .Chi mi assicura che le carte che mi saranno consegnate, siano quelle autentiche, e non una copia contraffatta? E che sia tutto quello che custodite?-
-         Vi do la mia parola d’onore che nel momento in cui avrete tra le mani quei documenti, non vi sarà alcun raggiro. –
Il re lo osservò a lungo, quindi trasse un profondo sospiro, sapeva che la parola del conte Ristori, aveva una certa valenza.
-         Sarà così, allora. Da quel momento in poi sarete guardato a vista come un nemico della corona, vi sarà sufficiente varcare i confini della Sabaudia per decretare la vostra morte e quella della vostra famiglia. Da allora il nome dei Ristori non sarà che un’ombra infame tra gli araldi del regno. Quando e come avverrà lo scambio? -
Vittorio Amedeo sentiva, finalmente di aver piegato alla sua volontà quell’uomo pericoloso e irriducibile. Un’ondata di puro piacere lo invadeva:
-         Vi manderò presto un messaggio, per informarvi…- disse il conte di rimando.
-         Così da darvi il tempo di cospirare ancora? Già una volta mi avete raggirato…-
-         Ricordatevi che mio figlio è in mano vostra. Dietro le impenetrabili sbarre delle vostre segrete reali… –
-         Nel frattempo, vi farò sorvegliare ogni istante. Dove potrò trovarvi? -
-         A Rivombrosa…naturalmente. Non ho più alcun motivo di nascondermi. Non credete? Almeno fino ad allora, ricomincerò a frequentare il bel mondo. Sarebbe singolarmente sospetto che una persona che ha appena ottenuto udienza presso di voi, cadesse improvvisamente in disgrazia. L’eroe che ha liberato la corona da una pesante minaccia quale il duca Ranieri, merita, almeno per il momento, di essere acclamato con tutti gli onori…se volete guadagnarvi la simpatia di ogni suddito del regno. Nel frattempo penserete a come far ricadere sulle mie spalle un’ignobile cospirazione che possa farmi improvvisamente additare per alto tradimento. La fantasia non vi manca …-
I due si fronteggiarono ancora un po’ in silenzio, due uomini forti in cui la collera, a lungo repressa, bruciava con una forza troppo intensa per consentire altre mistificazioni. La luce obliqua proveniente dall’ampia vetrata bagnava i loro volti contratti. Per un attimo il re pensò che il conte volesse sfoderare la spada e prendersi la vendetta personale che aveva, da tempo, agognato, invece, girò di scatto sui tacchi e si congedò bruscamente.
Sua Maestà sorrise e si appoggiò all’alto schienale traendo un profondo sospiro, socchiuse pensosamente gli occhi. Presto, molto presto, il conte Ristori non sarebbe stato che uno spiacevole ricordo, sbiadito dal tempo….
                                      FINE DELLA PUNTATA
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sabato, 03 novembre 2007

edr versione alternativa XIII PUNTATA

Elisa scostò leggermente le cortine damascate e diede uno sguardo fuori dal finestrino.

 

 L’aspro paesaggio montano cedeva gradualmente il passo ad uno scenario più dolce, in cui le morbide linee dei declivi piemontesi scomparivano a perdita d’occhio nella bruma evanescente del primo mattino.

Candide ragnatele di fumo si avvolgevano, in soffici spire, intorno ai tronchi degli alberi e tra i rami protesi, spegnendo i colori vividi dei boschi.

Alle loro spalle, al di sopra di quella nube vaporosa, svettavano, come per magia,  i picchi aguzzi delle alpi, dove indugiavano immemori dispetti di neve, sfumati di rosa.

Ad un improvviso sbalzo della carrozza, Agnese emise un mormorio indistinto, smorzato dal sonno; la fronte delicata si aggrottò appena, le lunghe ciglia tremarono accennando ad aprirsi. La contessa accarezzò allora con una mano, la docile testolina ricciuta, adagiata sul suo grembo, cercando di prolungare il riposo inframmezzato della bimba.

Era riuscita, lei stessa solo a tratti, a sprofondare in un sonno leggero, disturbato dagli incubi  e dalla postura poco confortevole.

Gettò uno sguardo distratto ai suoi compagni di viaggio: Amelia dormiva in una buffa posa, la bianca cuffietta di sghimbescio sulla testa reclina; Fabrizio perfettamente sveglio, non doveva aver chiuso occhio nemmeno per un istante. Di sotto le pesanti palpebre, le sue pupille inquiete seguivano le curve interrotte del paesaggio in movimento, attraversate, di tanto in tanto, da un cupo baluginio.

A dispetto dei suoi ripetuti tentativi di rassicurarla con atteggiamenti ostentatamente scanzonati, Elisa sapeva bene quale peso gli gravasse nel petto. L’ultima mano di quella insidiosa partita si prefigurava più complicata del previsto, le vite di molte persone rischiavano di essere spazzate via in un gioco fatale, senza esclusione di colpi.

Appena i loro sguardi s’incrociarono il conte atteggiò la piega dura delle labbra ad un sorriso forzato:

-         Ci siamo quasi, ormai- disse con voce stanca – dovremmo essere a casa tra poco più di un giorno, sei riuscita a riposare un po’? – chiese.

-         Non molto, in verità…-

Egli allungò una mano a sfiorare la guancia paffuta della piccina –  Siamo riusciti, quanto meno, a preservare i suoi sogni…invidio la spensieratezza dei bambini. – un’espressione colma di tenerezza gli accendeva lo sguardo.

-         Fabrizio? – la nota, interrogativa ed allarmata a un tempo, nella sua voce era troppo chiara per poter essere ignorata – egli volse appena il capo e le prese una mano.

-         Si? - chiese sorridendo ancora – cosa posso mai fare per la principessa più bella del reame?-

Il tentativo di sviare il discorso fu vano, almeno per quella volta; una ruga appena accennata si delineava sulla fronte di Elisa che proseguì ignorando la battuta scherzosa:

- Fino ad ora è stato relativamente semplice superare i controlli senza complicazioni, ma adesso….in Piemonte il nostro volto è assai noto, come faremo a raggiungere Rivombrosa senza essere riconosciuti? –

La tempestiva risposta del conte sembrava essere il frutto di interminabili ed accurate riflessioni:

-         …Il mio lasciapassare fasullo continuerà, semplicemente, ad essermi utile.Vedi amor mio, ritengo che sia più saggio per me, interpretare il ruolo del fantasma ancora per un po’. Dubito fortemente che il re sia stato così stolto da rivelare pubblicamente i particolari imbarazzanti di questa vicenda…avrebbe dovuto spiegare la ragione per cui un eroe così acclamato nel vecchio regno, sia improvvisamente divenuto un pericoloso nemico della corona… e quindi …ammettere agli occhi di tutti la sua incapacità di liberarsi di una pedina tanto scomoda …. No - giocherellò distrattamente con i guanti  - presumo che continuerà ad ignorare ufficialmente la mia presenza, e ad agire nell’ombra come gli è più congeniale,  a meno che – il suo sguardo si fece d’un tratto curiosamente fisso -…io stesso non lo obblighi

-         a prendere atto della mia esistenza…Come puoi notare essere uno spettro ha i suoi vantaggi! - un sorriso sardonico gli increspò le labbra.

 

-         Sembri avere un piano ben preciso…! -

-         No, non così preciso. Direi piuttosto.. azzardato. Tuttavia non mi rimane altra scelta, sono costretto a  fidarmi del mio intuito, sperando che non mi tradisca proprio ora…- si accarezzò il mento con aria assorta.

-         Continuo a pensare che qualcosa non quadri. Sembri dimenticare che io, Fabrizio, non sono un fantasma…ed il nome della contessa Ristori potrebbe rivelarsi un fatale campanellino d’allarme al prossimo controllo…-

-         Anche in questo caso, Elisa, è un rischio che dobbiamo correre…- terminò la frase con un tono pericolosamente vago. La donna si soffermò a riflettere:

-         C’è una cosa che vorrei chiederti. Prima di raggiungere Rivombrosa, sento l’esigenza di fare un’altra tappa…. So che prenderà del tempo e che tu sei impaziente di riabbracciare…-

Il conte levò la mano in un gesto di resa:

-         Cominciavo a chiedermi già da un po’ quando ti saresti decisa a dirlo.- sorrise accondiscendente – Credo sia giusto così, Elisa, ci fermeremo prima da tua “madre,” così che tu… abbia modo di trovare una risposta per tutti i quesiti irrisolti.-

 La fissò a lungo in modo tenero e penetrante - Tu vieni prima di qualunque altra cosa…-

Elisa era incapace di parlare per l’emozione che le stringeva la gola, lo guardò a lungo commossa e quello sguardo fu più eloquente di tante parole. Chissà come, egli riusciva sempre a sorprenderla anticipando ogni suo desiderio, indovinando ogni suo segreto pensiero. Avrebbe voluto gettarsi tra le sue braccia ma si rese conto che la situazione contingente non concedeva spazio a tali slanci. Improvvisamente uno scossone più violento degli altri causò il brusco risveglio di Amelia ponendo fine a quel fugace momento d’ intimità.

                                      ******

Quando vide uno dei suoi lacchè intento a sistemare sulla carrozza due grosse valigie, di provenienza ignota, il conte d’Anvau, leggermente sorpreso, pretese circostanziati chiarimenti.

-         Sono della signora, vostra signoria- spiegò l’uomo tradendo una certa insofferenza.

-         Signora, quale signora? –

Non fu necessaria alcuna risposta, a risolvere l’enigma bastò l’apparizione di Mme  de Marguéry  ai piedi della grande scalinata. Indossava un graziosissimo cappello annodato sotto il mento con nastri color giunchiglia e portava un frivolo manicotto di piume che si sollevavano ad ogni lieve soffio di brezza; sul suo viso, però, si leggeva un’espressione irremovibilmente determinata.

-         Oh, bene, pare sia infine tutto pronto! – esclamò.

-         Mi guarderei bene dall’essere scortese, signora – disse il gentiluomo inchinandosi – ma credo che il conte sia stato abbastanza chiaro quando ha espresso il desiderio che voi restaste qui, al sicuro da tanti pericolosi giochi di potere! –

La gentildonna gli rivolse uno sguardo di sfida mascherata da un tono capricciosamente salottiero:

-         Ho deciso che verrò con voi, conte, detesto l’inattività, ancorché sicura da rischi ed insidie. Preferisco di gran lunga l’avventura. 

Il conte la osservò imbarazzato, quella temibile dama dalla vocina soave, aveva tutta l’aria di fare sul serio.

-         Insisto…il conte potrebbe sollevare obiezioni! - ribatté in un ultimo debole tentativo.

-         Bazzecole, conte d’Anvau, la mia presenza è, invece, indispensabile! Il conte Ristori si sarà sicuramente servito di un lasciapassare a vostro nome. Vedete bene, quindi, che non avete altra scelta, dovrete rassegnarvi, per un po’, ad interpretare il ruolo di mio marito …saremo monsieur e madame de Marguéry in viaggio per il Piemonte…- concluse con un tono che non ammetteva repliche.

-         E sia…le vostre argomentazioni hanno finito col piegare ogni mia resistenza – sospirò il conte tra il serio e il faceto – pare io sia destinato a non  venire ascoltato…- e lanciò uno sguardo allusivo a monsieur Bénac, il cui volto di un pallore diffuso, appariva attraverso il finestrino.

-         Cosa aspettiamo, dunque, non perdiamo altro tempo, signore, la strada è lunga! –

Egli si fece da parte per cedere il passo alla battagliera gentildonna, quindi l’aiutò a salire in carrozza.

– Una ben strana compagnia, non c’è che dire…- disse quasi a se stesso, scrollando il capo.

La campagna appariva vuota e solitaria nel limpido silenzio primaverile. I giochi leggiadri di Agnese erano l’unica nota gaia a scandire  il percorso sconnesso,  contrapponendosi all’atmosfera di tensione mal dissimulata che regnava nell’abitacolo.

Il sole più caldo del mattino inoltrato, aveva, via via, diradato la foschia delle prime ore dell’alba, restituendo il loro fiero splendore ai colori dei pascoli e dei boschi. Dopo un lungo tratto di prati scoscesi Fabrizio intravide, a una certa distanza, delle  figure imprecise delinearsi sullo sfondo trasparente del cielo. Man mano che si avvicinavano, il suo sguardo riusciva a distinguere, in modo sempre più nitido, una folla nutrita raccogliersi intorno a qualcosa che doveva aver calamitato l’interesse generale.

Ovunque imperava lo scarlatto delle divise francesi, macchie accese che gettavano nell’ombra i colori opachi degli umili abiti contadini.

Nessuno prestava attenzione alla carrozza in quel momento, e la confusione pareva offrire ai nostri eroi una provvidenziale opportunità di eludere la sorveglianza dei soldati e allontanarsi indisturbati. Senonché, un temporaneo disgregarsi della calca rivelò un’immagine raccapricciante di donna innaturalmente riversa sull’argine del fiume. Il conte ordinò immediatamente al cocchiere di fermarsi e si sporse per guardare meglio.

I capelli grigi dell’anziana contadina ne incorniciavano il volto cereo in ispide masse scomposte, che la corrente aveva modellato. Tutti i suoi lineamenti apparivano contratti in una spaventosa maschera di orrido stupore, dove gli occhi, spalancati a dismisura, formavano due pozze angoscianti. Dei segni profondi ed inequivocabili, alla base del collo, lasciavano ampiamente intuire quale morte tremenda avesse estinto l’ultimo respiro della vittima. Non fu che un istante, poi la moltitudine richiuse il sipario sulla scena di quel crimine inspiegabile, la cui visione contribuì ad insinuare altri cupi presagi nell’animo già greve dei passeggeri.

Lo sguardo del conte percorse furtivamente la radura, tenendo sempre sottocontrollo i soldati, e si posò infine su un giovane pastore intento a radunare le sue pecore sparpagliate qua e là, non lontano dal tiro di bai, che scartarono lievemente impauriti. La mano del gentiluomo, nel guanto finemente lavorato, fece un cenno imperioso e il ragazzo avanzò, con molta esitazione, rispondendo al suo richiamo:

-         Ehi ragazzo, sapresti dirmi cosa è accaduto laggiù ? – e fece un gesto in direzione del fiume.

Il giovane gli restituì uno sguardo stralunato e rimase a fissarlo con la bocca curiosamente spalancata. Fabrizio trasse dalla tasca una grossa moneta d’argento e la fece scintillare alla luce del sole, sotto gli occhi dell’altro, che si leccò avidamente le labbra:

-         Qualcuno ha strangolato una donna nei pressi del fiume, Vossignoria…le guardie stanno interrogando la gente del luogo, col vostro permesso Vossignoria!-

-         Tutto qua? Non sai proprio dirmi  nient’altro?- il conte si rigirò la moneta in mano con un gesto eloquente. Il giovane deglutì:

-         E’ tutto quello che so, Vossignoria, e …che la donna abitava nel villaggio vicino, e…che si chiamava Domenica  Boccardo, pare. Non so veramente nient’altro, Vossignoria –

-         Credo che possa bastare. Va bene, ragazzo, ti sei meritato il compenso – egli sorrise e lanciò la moneta da venti soldi al giovane che l’afferrò prontamente, inchinandosi al gentiluomo.

La carrozza si inoltrò subito nel fitto di un boschetto di conifere riuscendo a sfuggire miracolosamente all’attenzione distratta degli ufficiali, quindi imboccò un tortuoso sentiero fuori mano. I passeggeri tacevano all’interno dell’abitacolo, ognuno riflettendo tra sé in merito a quell’evento infausto e formulando mentalmente ipotesi e interrogativi. Infine Amelia proruppe in un’esclamazione sconcertata:

-         Vergine santissima, non riesco a levarmi dalla testa quella povera donna…ma che succede da queste parti? – si portò le mani al volto.

Il conte osservava pensosamente di là dai vetri:

-         Si tratta di un episodio alquanto spiacevole…e molto singolare – trasse un profondo respiro quindi cambiò bruscamente discorso – Per questo sentiero allungheremo un po’, ma potremo muoverci riducendo i rischi. Tutte le  strade principali saranno pattugliate. – osservò, già proiettato verso  progetti futuri.

******

Il villaggio di Rivombrosa era una manciata armoniosa di casupole in pietra grigia raggruppate intorno alla piazza del mercato, di forma rettangolare e con un selciato a ciottoli larghi e irregolari. Al centro vi troneggiava una coreografica fontana, anch’essa di pietra grigia, dove i contadini attingevano l’acqua per il consumo quotidiano o facevano sostare le bestie assetate nel vicino abbeveratoio.

Sul lato sinistro della piazza, leggermente arretrata rispetto alle altre abitazioni, si trovava la chiesetta intonacata di bianco, con il suo grazioso campanile quadrato che sembrava gettare uno sguardo benevolo sul paese e sulla vallata, e in cui l’allegra campana chiamava alle funzioni gli abitanti, con la sua voce argentina.

 Il lato destro della piazza, invece, era delimitato dalle botteghe degli artigiani serenamente indaffarati nelle loro consuete attività giornaliere, e da una vecchia locanda, la cui insegna arrugginita ondeggiava pigramente, cigolando ad ogni soffio di vento, e inalberando la scritta “La Torre merlata”.

Il cocchiere arrivò percorrendo tranquillamente la stradetta perpendicolare alla piazza e si fermò accanto alla chiesa per cedere il passo all’alacre viavai di paesani che la occupavano.

Da quel punto in poi non sarebbe stato più possibile procedere in carrozza, così i nostri viaggiatori si accinsero a coprire a piedi la breve distanza che li separava dall’umile abitazione della famiglia Scalzi, incaricando il cocchiere ed Amelia di attendere, assieme alla piccola. Un gruppo di ragazzette in abiti di tela ruvida si radunò a chiacchierare fitto, fitto sotto il vecchio portico, lanciando occhiate curiose agli eleganti viandanti, un po’ fuori posto in quell’industrioso scenario contadino.

Era giorno di mercato e la piazzola gremita risuonava delle voci dei paesani e degli avventori

provenienti dai villaggi vicini, occupati ad esaminare la merce ed a mercanteggiare sui prezzi.

Di tanto in tanto lo scalpitio degli zoccoli di un cavallo sul selciato, o il clangore di un martello che batteva sull’incudine, inframmezzava quel vocio confuso, con il suo stridore stonato.

I nostri eroi, gli ampi cappucci calati sul volto, si fecero largo tra la folla scansando con destrezza qualche raro ufficiale, che si mescolava alla moltitudine. Elisa socchiuse gli occhi  e si concentrò per un attimo sugli odori  ed i suoni familiari che la avvolgevano.

In capo a pochi minuti lei e Fabrizio furono davanti al piccolo portone di legno d’abete, che il sole e le intemperie avevano eroso implacabilmente: ella batté tre colpi decisi e attese che qualcuno venisse ad aprire, in uno stato d’animo curiosamente incerto tra lo sgomento e la trepidazione.

 La tendina di tela colorata, alla finestra, si spostò appena, in un rapido balenare, lasciando intravedere l’occhiata circospetta di Orsolina che ispezionava i visitatori. Un grido soffocato seguito dal lesto schiudersi dell’uscio accolse quell’arrivo inaspettato. Elisa e Fabrizio furono introdotti e la porta venne richiusa, d’un gesto bizzarramente fulmineo, alle loro spalle.

All’interno della stanza, che costituiva l’unico ambiente della semplice abitazione, regnava un insolito disordine d’insieme. Fagotti di indumenti giacevano alla rinfusa sul letto e sulla tavola, oggetti dimenticati indugiavano in vari punti, testimoni di un’attività febbrile che la visita aveva interrotto.

 Gli occhi della “madre” e della “sorella” fissamente sbarrati, erano rivolti a Fabrizio, sui loro volti pallidi un’espressione di assoluta incredulità.

Il conte fece un inchino ostentato a sottolineare il lato comico della situazione, perfettamente conscio dello sconvolgimento che doveva suscitare la sua presenza sulle due donne, ignare degli ultimi risvolti.

-         Servo vostro, signore – sorrise ironicamente – per quanto mi senta profondamente lusingato da tanta estatica ammirazione, la mia innata modestia tende a stupirsi dinanzi ad un’emozione così intensa, immeritata, vogliate crederlo! –

La madre di Elisa dovette aggrapparsi saldamente allo schienale di una sedia per non svenire.

-         Ma…ma, come può essere mai possibile…- furono le uniche parole che riuscì ad articolare.

Elisa  ritenne giunto il momento di intervenire:

-         Non temete, non si tratta affatto di un fantasma… – le rassicurò – Per quanto immagini l’impressione che debba farvi vedere Fabrizio perfettamente in salute, dopo averlo creduto morto per anni. – fece una pausa – Sedetevi vi prego, immagino che vorrete conoscere la strana vicenda che ha riportato mio marito in vita – indicò le sedie.

Elisa si sedette a sua volta e prese a narrare della sparizione strategica del conte, cercando di tacere, dove era possibile, alcuni dettagli legati al complotto. Mentre le due donne ascoltavano rapite e

interessate la voce cantilenante di Elisa, il loro incarnato andava gradualmente riacquistando un colore più naturale.

Fabrizio, invece, si soffermò appena sulle parole del racconto,via via che i suoi occhi si abituavano alla penombra della stanza, qualcos’altro attirava il suo interesse. La scompostezza della stanza suggeriva, in effetti, in modo sempre più esplicito allo sguardo di un osservatore attento, quale lui era, l’idea di una partenza improvvisa, così tanto da apparire una fuga.

Un pensiero martellante cominciava a farsi strada nella sua mente sagace, sebbene non riuscisse a far combaciare tutti gli elementi in suo possesso; dei particolari, indubbiamente, sfuggivano ancora al suo controllo. Si appoggiò al dorsale oscillando avanti e indietro un piede elegantemente calzato:

-         Sembra che la nostra presenza abbia interrotto qualcosa di estremamente importante – un gesto vago abbracciò l’intero ambiente – eravate forse sul punto di partire? – disse sfoderando una ben studiata indifferenza.

Aveva colto nel segno. Le guance della madre di Elisa avvamparono d’imbarazzo, lo sguardo di Fabrizio si fece penetrante come la sua mente.

-         In verità…- la donna si diede con grande passione ad aggiustarsi la gonna - io ed Orsolina stavamo solo mettendo un po’ d’ordine – concluse, perfettamente consapevole di quanto poco convincente dovesse apparire la sua spiegazione.

Elisa si riscosse, la domanda di Fabrizio aveva posto l’accento su un particolare che fino ad allora le era parso trascurabile. Un’ idea non dissimile da quella di Fabrizio dovette insinuarsi tra i suoi pensieri. Afferrò con veemenza la mano di sua madre:

-         Mamma…perché fuggite? Che accade? – le sue parole erano state sorprendentemente dirette. La donna, con le spalle al muro, annaspava alla ricerca di una risposta plausibile:

-         Fuggire? – la sua voce suonava in modo curiosamente stridulo – Cosa ti fa  pensare che fuggiamo? E poi, da cosa mai dovremmo fuggire? – esclamò evitando il suo sguardo.

Un grufolare improvviso frammisto ai brani di una canzone urlata a squarciagola li raggiunse. Quasi a riprova dei sospetti suscitati la popolana tese l’orecchio.

-         Madre, ti supplico – insisté Elisa. La nota risoluta nella sua voce e nei suoi occhi non poteva, né intendeva essere ignorata – non nascondermi più nulla…io…io so! – concluse in un soffio.

L’anziana donna liberò la mano dalla stretta come scottata da quel contatto, una ciocca di capelli si era liberata dallo chignon e le ricadeva sulla guancia pallida, guardò di soppiatto Orsolina e cercò di ricomporsi:

-         Sai? – ripeté con voce incrinata – Che cosa mai credi di sapere?-

Dopo aver esitato a lungo in preda alle più struggenti ambasce, Elisa si sentiva animata da una nuova, coraggiosa determinazione. Le due donne rimasero gli occhi negli occhi, come in attesa. Orsolina, che avvertiva disorientata la tensione palpabile nell’aria, rimase incerta  ad osservare la madre e la sorella.

Fabrizio parve riflettere su quale pretesto potesse distogliere l’attenzione della ragazza e prese a guardarsi intorno momentaneamente privo d’ispirazione: lo spazio esiguo che li circondava non offriva il fianco a nessuno spunto adeguato. D’un tratto, una luce improvvisa gli illuminò lo sguardo:

-         Dimmi Orsolina – s’interpose con un tempismo perfetto proprio mentre la ragazza schiudeva le labbra sul punto di articolare qualcosa – sono sempre stato curioso di saperne di più  dell’occupazione di vostro padre…i trucchi del suo mestiere non mancano indubbiamente di fascino – sorrise fingendosi interessato.

Orsolina levò su di lui uno sguardo stralunato, faticando a concentrarsi sull’improvvisa nota stonata di quella domanda.Tuttavia era troppo ben educata per lasciar trapelare il suo disappunto:

-         Abbiamo conservato l’occorrente sul retro, nel capanno degli attrezzi che si trova accanto alla legnaia, assieme a tutti gli altri cari ricordi… - rispose.

-         Oh, bene – esclamò - se non ti dispiace accompagnarmi, vorrei darci un’occhiata – insisté con ben simulato candore.

La ragazza rassegnata, spostò infine la sedia nell’atto di alzarsi e Fabrizio trasse un profondo sospiro di sollievo. Mentre si allontanavano, egli indugiò per un lungo istante sulle due figure che rimanevano a fronteggiarsi in un silenzioso duello, quindi si richiuse la porta alle spalle.

Elisa riprese a parlare con irremovibile fermezza:

Non serve più a nessuno mentire – aveva ritrovato la pacatezza che la contraddistingueva, pure, vi era un eco d’accusa nella sua voce - credo sia giunto il momento di essere franche. O rischiamo di compromettere quel che resta del nostro legame ..!-

-         Quel che resta? Le tue parole sono dure, figlia mia – incassò l’affondo disarmata.

-         No…non figlia.- non intendeva retrocedere di fronte allo sguardo inerme dell’altra - Sai fin troppo bene come stanno le cose! In nome di Dio …perché mi hai tenuto nascosta una verità così importante?-

Se fino a quel momento poteva ancora sussistere nell’anziana donna qualche dubbio sull’entità delle scoperte della giovane, quell’ ultima affermazione fu sufficiente a fugarlo:

-         Come hai fatto a scoprire la verità…?- chiese in cerca di un appiglio - Chi ti ha detto…? -

-         Ormai non ha più alcuna importanza come, non pensavi forse che avessi il diritto di sapere? – vi era un tono astioso nella sua voce, una luce di sdegno le accendeva lo sguardo. Sembrava attingere nuova forza dalla vulnerabilità dell’avversaria.

-         Ora ti è facile giudicare, ma… non puoi nemmeno immaginare quanto mi sia costato tenere tutto per me, così a lungo, io e tuo “padre”…o quello che tu hai sempre creduto lo fosse, abbiamo ritenuto più saggio continuare a vivere le nostre esistenze, fingendo, illudendoci che il passato non fosse mai esistito…-

-         Forse non ti rendi conto di quello che dici!- gridò in uno slancio di furore, quindi tacque cercando di ritrovare la calma - Non si può sfuggire al passato…l’ho imparato a mie spese: La mia vita sta crollando poco a poco, e non è che un’ inevitabile conseguenza di quel passato che tu volevi dimenticare. I complotti, la sparizione di Fabrizio tutto è pericolosamente collegato… -

Tacque ansante, poi non le rimase che aggiungere gli ultimi tasselli manchevoli al mosaico, lasciando sua madre stravolta. Oltre la cortina di rabbia che le ottenebrava il cervello, Elisa riuscì finalmente a vedere di fronte a sé quello che restava della donna che aveva creduto sua madre, contemplò il suo volto sfatto, senza difese, e ne ebbe compassione. La sua voce divenne più dolce:

-         Persino tu, lo so bene…continui a piangerne  le conseguenze….da cosa fuggi? - insisté

 

La donna si alzò con gesti infinitamente lenti, come se un insopportabile peso la schiacciasse impedendole  i movimenti, eluse ancora l’ultima domanda,  ancorata ad altri pensieri:

-         Anni fa, quando ero poco più che una bambina…le attenzioni del re mi apparvero lusinghiere.

 

La sua voce era mutata, appena riconoscibile, sembrava persa nel suo ricordo lontano – Lui… era così bello, così elegante …fu inevitabile innamorarsi… e ancora più inevitabile…cedere alle lusinghe. – il modo in cui trascinava le parole rivelava quanto le costasse quella confessione – D’altro canto sarebbe stato impensabile dire di no al sovrano, ma lui…non lasciò mai intendere che ciò che seguì fosse un’imposizione. Per un po’ vissi la mia favola meravigliosa, romantica, finché …non mi svegliai bruscamente! –

si volse a guardare quella che aveva allevato e amato come una figlia, uno sguardo supplice negli occhi velati di lacrime – Anni dopo, quando ti vidi vacillare, sensibile al fascino del conte, pensai che un destino crudele perseguitasse la nostra famiglia, pensai che fosse colpa mia…ma tu..fosti più accorta di me. Tu SEI diversa!

-         Mamma … - quell’invocazione le era uscita dalle labbra d’impulso – io non sono diversa, io sono quello che tu hai fatto di me, i tuoi insegnamenti hanno sempre influito sulle mie scelte, sul mio contegno. Tu sei stata quello che ogni figlia avrebbe mai potuto desiderare… una buona madre…! – erano parole serene, che le nascevano dal profondo del cuore. Si scoprì a constatarne la profonda verità. Lo sguardo grato che vide negli occhi della donna la ripagò del suo slancio:

-         Davvero? – e tese una mano esitante in un tacito invito.

Un rapido fruscio di seta tradì il movimento improvviso di Elisa che veleggiava verso la madre, l’altra diede in un singhiozzo convulso. La figlia la strinse con rinnovata intensità, sentendo sgretolarsi il muro di diffidenza e di riluttanza che aveva eretto dentro di sé. Ora non vedeva, davanti a sé, che un’altra vittima della fragilità umana e delle assurde regole di una società sbagliata, fondata su dei privilegi nobiliari ingiusti e oltraggiosi. Comprendeva d’un tratto quanto

lei fosse stata fortunata. Solo l’amore di Fabrizio l’aveva preservata dalle conseguenze disastrose di una relazione illegittima, la sua integrità morale gli aveva impedito di esporla al ludibrio del giudizio sociale. L’aveva amata senza riserve, incurante della sua estrazione contadina. Sapeva quanto gli era costato quel passo, eppure il sentimento che li univa acquistava più valore, era più puro, proprio per aver comportato tante rinunce, tanti sacrifici. Emerse bruscamente dalle sue riflessioni, le lacrime di sua madre le bagnavano il collo, le cinse la vita con un braccio e la condusse ad una sedia attendendo che si fosse quietata. La madre ricominciò a parlare, sentendo che finalmente poteva liberarsi del pesante fardello che l’aveva oppressa per anni:

-         Quella notte il re…mi costrinse a quello scambio infame. Fu come se una lama mi trapassasse da parte a parte. Poi il dolore si attenuò …grazie a te…Non avevo mai visto una bimba così bella in tutta la mia vita, i tuoi occhietti svegli sembravano soppesare ogni cosa con il loro giudizio implacabile. Eri lì e mi sorridevi, ignara di tutto…indifesa….non chiedevi che di essere amata. Riversai su di te tutto il mio amore disperato…senza limiti, senza riserve, e quell’amore mi salvò dalla follia. Dio me n’è testimone, ti amai come solo una madre può amare una figlia..come se io stessa ti avessi generato alla luce !-

Le due donne rimasero a lungo, l’una tra le braccia dell’altra, nella semioscurità della stanza, mentre i confini tra le loro identità si dissolvevano dolcemente. Quindi Elisa sollevò uno sguardo velato e lo fissò in quello della madre., un’altra domanda le saliva alle labbra.

-         Il re sapeva…chi ero?-

-         Per molto tempo ignorò dove vivevamo, dimenticò… volle dimenticare la nostra esistenza. Vedi ci eravamo trasferiti in alcuni poderi nei pressi di Venezia, era stato lui ad ordinare il nostro allontanamento…fu generoso, ci diede una discreta somma di denaro affinché potessimo rifarci una vita altrove. Tuttavia …dopo qualche anno la tremenda epidemia di malaria che si abbatté su quelle terre ci indusse a tornare. Pensavamo che nessuno si sarebbe più occupato delle nostre vite insignificanti. Poi …quando tu destasti quello scandalo, attirando su di te l’attenzione e il disprezzo generale, egli cominciò a sospettare, seppe. Venne a trovarmi una sera d’inverno, ricordo che ero intenta a  rammendare accanto al fuoco quando arrivò in incognito, Orsolina era andata ad attingere l’acqua alla fontana, come ogni sera. Non dimenticherò mai il suo sguardo. Non era più il sovrano altero e preso di sé che avevo conosciuto tanti anni prima, era semplicemente un uomo, stanco e invecchiato ….che mi parlava con il cuore in mano. La passione profonda che avevo provato per lui si risvegliò. Volle sapere di te,  della tua vita e sembrò provare atroci rimorsi, profondi rimpianti per il passato…poi andò via. Non vi fu nessuna minaccia, nessuna raccomandazione, il pensiero che io avrei potuto svelare il segreto che ci accomunava non lo sfiorò nemmeno…e non si sbagliava. Quella fu l’ultima volta che ebbi modo di parlargli…-

-         Tuttavia si guardò bene dal rendermi giustizia agli occhi del mondo – un povero sorriso amaro si dipingeva sul volto di Elisa – la sua immagine, il suo prestigio erano più importanti di me….mi voltò le spalle ancora una volta! – proruppe con voce indignata.

-         Io sono riuscita a leggere qualcosa di diverso negli ultimi anni della sua vita…egli cercò di riavvicinarsi a te a modo suo… il tuo gesto eroico non fu che un’ulteriore conferma della tua grande nobiltà d’animo …ricordi ti trattava con tutti gli onori, eri speciale ai suoi occhi. Il fatto che avevi sposato un conte doveva in parte aver messo a tacere i suoi scrupoli di coscienza. Il titolo nobiliare …fu l’ultimo dono che un sovrano poteva concedere a una sua figlia non riconosciuta, senza esporsi, senza macchiare il proprio nome. –

Un silenzio greve si fece tra loro. Elisa rifletteva sulla verità di quelle parole, eppure faticava a trovare la forza di perdonare la memoria di suo padre. La voce stanca dell’anziana donna la riportò al presente:

-         Credo che questo rimorso abbia contribuito a portarlo alla morte..!

Elisa alzò gli occhi di scatto, un altro pensiero le indugiava nella mente. Esitò qualche attimo prima di infliggere quello che, sapeva bene, sarebbe stato un colpo letale:

-         No…non il rimorso. Suo figlio….tuo figlio. Il re Vittorio Amedeo..ha commissionato la morte del Re – sibilò.

-         Egli…non può essere stato capace di tanta perfidia..- si coprì il volto con le mani.

-         Non mentire a te stessa, sai bene di cosa è capace…perché fuggivi? -

Erano infine tornate all’interrogativo irrisolto che aveva scandito l’intera conversazione:

-         La levatrice…- ebbe solo il tempo di dire.

Anche per quella volta sembrava che quella domanda fosse destinata a rimanere senza risposta. Dei pesanti colpi vibrarono alla porta. Una voce imperiosa tuonò dall’esterno rimbombando nella stanza, i colori delle giubbe dell’esercito saettarono attraverso le tendine semichiuse:

-         Aprite, in nome del re! -

Sua madre levò uno sguardo smarrito da animale braccato:

-         Elisa devi scappare, se ti trovano qui… E’ me che vogliono…Fuggi! -

-         Perché,  che cosa sanno….rispondimi! – la scosse con veemenza senza ottenerne risposta.

La porta crollò dietro le spinte possenti dei soldati. Sul vano apparve la figura sdegnosamente altera del consigliere del re.

Percorse con un rapido sguardo lo spazio intorno a lui, si fermò un attimo sulla contessa, inarcò impercettibilmente un sopracciglio sorpreso, poi tornò sulla popolana:

-         Vi dichiaro in arresto per l’omicidio di Domenica Boccardo…-

Elisa sussultò, ebbe l’impressione di aver già sentito quel nome, le ci volle qualche istante per ritrovare il dato nella memoria. Si trattava della donna che giaceva strangolata sull’argine del fiume e che avevano visto al loro passaggio. Ma non comprendeva che cosa mai potesse avere a che vedere con sua madre. L’anziana donna deglutì a fatica, pallida come un cencio:

-         Non avrei mai potuto…sono stata sempre qui… è accaduto a  più di un giorno da…- lasciò la frase in sospeso rendendosi conto che quelle parole l’avevano tradita.

 Erano riusciti ad incastrarla. Un sorriso crudele apparve sulle labbra sottili del marchese Montiglio:

-         Bene, bene, vedo che la notizia  dell’assassinio non vi giunge nuova, non negate quindi nemmeno di aver conosciuto la vittima! –

La donna lanciò uno sguardo furtivo alla porta sul retro, il gentiluomo sembrò cogliere il moto inconsulto:

-         Abbandonate l’idea di fuggire, buonadonna – pronunziò quell’appellativo sottolineandolo quel tanto che bastava per farne un insulto -…la casa è circondata dalle guardie! –

Gli occhi del marchese indugiarono nuovamente su Elisa, che era rimasta paralizzata fino a quel momento.

-         Guarda, guarda cosa abbiamo. Contessa Ristori, cosa vi porta dunque da queste parti? Vi pensavamo dalla vostra parente, a Lione. In verità cominciavamo a chiederci quando, infine, ci avreste rallegrato con il vostro ritorno -  disse con evidente sarcasmo – la vostra presenza qui è alquanto sospetta, avrete la bontà di seguirci, così potremo verificare quanto sia in realtà casuale! – uno strano luccichio gli illuminava lo sguardo.

 

Inaspettatamente la porta sul retro si aprì , in uno schianto stridente, come sospinta da una folata di vento. Apparve dinanzi a loro, nel circoscritto quadro di luce della cornice, l’immagine inappropriata di un’imponente scrofa che grufolava imbizzarrita. A quella vista, il marchese Montiglio, disorientato oltre ogni dire, non mancò di portarsi, con eleganza, un fazzoletto profumato alle narici. Sembrava, d’altronde, che l’animale adducesse il gruppo a pretesto delle sue ire; indugiò brevemente, quindi si lanciò alla carica nella mischia, come se qualcuno l’avesse aizzato con un gatto a nove code.

I soldati sembrarono dimenticare la ragione solenne che li aveva condotti in quel luogo; si scansarono inorriditi da quel bolide inferocito, catapultatosi  verso di loro come una palla di cannone, e finirono assai  poco dignitosamente a gambe all’aria. D’un tratto, tuttavia, il suino arrestò la sua corsa, distratto da alcune patate che erano rotolate a terra nell’urto. Tutto accadde nella frazione di qualche secondo.

D’altronde, era quanto il conte Ristori aveva astutamente previsto. Immobile, padrone di sé e in perfetto equilibrio sull’architrave, egli sovrastava maestosamente il gruppo, un sorriso beffardo dipinto sul volto;  attendeva il momento giusto per lanciarsi. L’acciaio della sua spada lampeggiò  brevemente alla luce del sole.

Dal lucernaio dischiuso penzolava una grossa fune, la cui estremità era saldamente stretta nella mano del nostro eroe, a suggerire a chiunque levasse accidentalmente lo sguardo, il modo rocambolesco in cui egli contava di portare a buon fine quel mirabile progetto.

Il caso volle, naturalmente, che fosse la nostra eroina a sollevare lo sguardo dei suoi occhi da gazzella. Occupata nella difficile impresa di appropriarsi di uno schioppo che indugiava occasionalmente alle sue spalle, ella scorse l’ombra felina in agguato e ne ebbe un violento tuffo al cuore. Lui era lì, i muscoli contratti per la tensione, splendido in quella posa scattante.

Animata da un nuovo ardimento, imbracciò l’improbabile arma e la puntò risolutamente contro la tempia del marchese:

-         Deponete le armi, marchese, e ordinate immediatamente ai vostri soldati di fare altrettanto!–

Un fremito di sdegno fece tremare le labbra di sua signoria il marchese Montiglio:

-         Cosa credete di fare, contessa Ristori, rischiate solo di rendervi ridicola …- la sprezzante alterigia con cui parlava fece rabbrividire la popolana, non sicuramente la nostra eroina, che continuò a rimanere impassibile - sapete bene che la casa è circondata dalle guardie, non riuscirete mai a farla franca da sola e con quell’ arnese inverosimile! –

Una voce sarcastica riecheggiò nell’aria al di sopra di loro:

-         Vi sbagliate marchese, non da sola…-

Il consigliere di Sua maestà levò lo sguardo e s’irrigidì, aveva sentito fin troppo parlare della leggendaria figura del conte per non riconoscerne i contorni, nel temibile avversario che lo dominava dall’alto. Non fece in tempo a proferire sillaba che l’altro, d’un balzo, gli fu di fronte, la lama affilata contro la sua gola e gli occhi gelidi in una maschera impenetrabile. Per un attimo i due si affrontarono in silenzio.

-         Sono desolato di correggervi – ripeté alla fine il conte, imperturbabile – la contessa è accompagnata da uno spettro …sempre che abbiate l’ingenuità di credere ancora ai fantasmi! - un ghigno ironico gli contrasse la bocca.

-         Siete dunque il conte Ristori…? – la domanda era retorica.

-         Non ho alcun motivo di dubitarne, marchese Montiglio – il nome suonò come un insulto velato.

-         Rischio di ripetermi, conte, non avete scampo: la casa è circondata…! – la frase rimase in sospeso sulle labbra contratte.

-         Ne siete così certo? Mi rincresce dovervi disilludere ancora una volta, consigliere, purtroppo temo che le vostre guardie siano state, momentaneamente, rese inoffensive! –

-         Che ne avete fatto, ribaldo…? – sibilò.-         Fossi in voi starei molto attento a soppesare le parole. Non mi sembra siate nella posizione di insultare chicchessia. –

Mentre parlava si serviva di una grossa corda per immobilizzare le mani del marchese, quindi passò a legare e imbavagliare i soldati che non si erano ancora del tutto ripresi dallo stupore – vedete, io, al contrario di quanto vi riguarda, non sono affatto un assassino! –

-         Cosa credete di ottenere con questa messinscena da farsa, conte! Ricordate, se mi lasciate in vita starò sempre un passo dietro a voi: pagherete questo affronto !– la minaccia vibrò, sospesa nell’aria per qualche secondo.

Il conte lo degnò appena di uno sguardo, levando un sopracciglio divertito quindi si affrettò a completare la sua opera certosina : quando ebbe terminato il marchese penzolava dal soffitto in una postura assai grottesca, con un bavaglio a sigillargli le labbra. Il suino sembrò emettere un grugnito di soddisfazione.

-         Per una volta, amico mio, sarete voi a rendervi ridicolo –

Si diresse alla porta sul retro accompagnato dalle due donne esterrefatte – Ah…quasi dimenticavo! Non mancate di consegnare questo, come definirlo…degno esemplare a Sua

Maestà – già con la mano sulla maniglia,  indicò la bestia che grufolava rosicando le patate sparse sul pavimento – con gli omaggi del conte Ristori! –

E, dopo un profondo inchino, si richiuse tranquillamente la porta alle spalle lasciando sui volti delle vittime un’espressione di stupefatto orrore.

                     FINE DELLA PUNTATA

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categorie: stordite, edr il romanzo
sabato, 03 novembre 2007

edr versione alternativa XII PUNTATA

 

Le parole di Florence, come frecce scagliate da un arco teso, vibrarono nell’aria con solenne gravità, per un brevissimo istante, poi colpirono fulminee il bersaglio.

Elisa vacillò disarmata. Il conte Ristori, intento ad osservare, un punto indeterminato del giardino, oltre la vetrata, alzò di scatto sulla donna uno sguardo stupefatto.

 

Non parve tuttavia lasciarsi smontare da quella rivelazione inaspettata. Tacque per un lungo momento perdendosi in una tortuosa riflessione, mentre la sua  mano distratta accarezzava un’elegante tabacchiera ricoperta da sottili foglie d’acanto, in lamina d’oro.

-         Avete ragione, signora. La nuova scoperta cambia totalmente i nostri programmi – constatò quietamente  – ma non per questo li vanifica!-

Attese l’effetto di quell’affermazione sul suo uditorio. Gli occhi increduli e disorientati che si fissarono su di lui, gli dissero che le due donne annaspavano ancora nella più completa oscurità.

-         Cercherò subito di essere più chiaro. – tolse via dalla manica un invisibile granello di tabacco -  Carlo Emanuele III ebbe, dalla seconda regina – Polixena Cristina di Hesse- Rheinfels – un secondo figlio maschio, se ben ricordate…- uno strano luccichio accese il suo sguardo - Ebbene, sono certo che egli riterrà estremamente istruttive le confidenze che avremo da fargli. – ancora una volta attese le reazioni del suo pubblico.

Elisa annuì con aria di approvazione, eppure sul suo volto continuava ad apparire un’espressione  perplessa:

-         Inizio a comprendere le tue intenzioni. Questo piano, senza alcun dubbio, risolverebbe il problema dell’eredità alla corona…. Tuttavia non sarà semplice riuscire nell’impresa senza suscitare i sospetti del “re”, non dimenticare che ci ha sguinzagliato addosso i suoi spregevoli accoliti, solo allo scopo di liberarsi definitivamente di noi. Non penso proprio che vorrà arrendersi di buon grado a cedere lo  scettro. –

Lo sguardo del conte si fece più penetrante, le sue labbra si contrassero:

-         Non ho mai detto che sarebbe stato facile, amor mio… ma sta’ pur certa che farò tutto ciò che è in mio potere, per vincere l’ultima mano di questa pericolosa partita… – disse con voce mutata, sprezzante, parlando quasi a se stesso.

Gli occhi allarmati di Madame de Marguéry lo distolsero bruscamente dalle sue torve meditazioni

La piega aspra della sua bocca cedette allora il posto ad un sorriso più disteso, che si sforzava di essere rassicurante. Rivolse un inchino appena accennato a Florence.

        Non dovete temere nulla, Madame, da questo momento in poi, voi siete sotto la nostra protezione. Proprio per questo….- tamburellò con le nocche sulla superficie del piccolo scrittoio di mogano - ritengo che voi e la vostra famiglia non siate più al sicuro qui, chiunque altro potrebbe seguire le vostre tracce…- lasciò la frase in sospeso, con un tono carico di cupe implicazioni - vi suggerisco di affrettare i preparativi e di seguirci altrove, in un luogo dove vi saprò lontana da inutili rischi mentre noi… - un ampio gesto andò da lui ad Elisa - saremo tornati in Piemonte –  concluse.

Aveva  pronunciato quelle frasi con un tono estremamente cortese, eppure la ferma risolutezza che traspariva dalle sue parole sembrava non lasciare spazio ad alcuna  alternativa.

Le sue dita chiusero di scatto il coperchio della tabacchiera con cui giocherellava oziosamente, e di colpo ricordò:

-         Ah, quasi dimenticavo la cosa più importante….mi consentite, signora, di dare uno sguardo al documento che avete gelosamente custodito per tutti questi anni? Non ci auguriamo certo che finisca nelle mani sbagliate.. – asserì con vigore – oltre ad essere l’unica prova irrefutabile di un crimine, ci sarà utile a  ritrovare quella donna. …e a renderle finalmente giustizia come merita! – concluse il monologo sottolineando con cristallina solennità l’ultima frase.

 Florence annuì di rimando. Aveva seguito con estrema attenzione la logica del suo ragionamento e qualcosa le lasciava intuire che poteva fidarsi del conte Ristori; abbandonare finalmente i suoi affanni in altre mani le dava un immenso senso di sollievo. Si disse che forse, gli spettri che venivano a visitarla, di frequente, nelle sue notti insonni, avrebbero cessato di tormentarla.

Uscì dalla stanza a passi leggeri camminando rapidamente sul mirabile tappeto di Aubusson, il fruscio di seta che accompagnò i suoi movimenti, fu l’unico suono a interrompere la sacralità di quel silenzio.

                                     ******

Il sottilissimo filo argentato di una tela di ragno riluceva oscillando adagio, attraversato da un insolente raggio di sole. Rannicchiato in un angolo della sua cella maleodorante, Martino fissava, come ipnotizzato, l’industrioso animaletto avvicinarsi inesorabile alla sua preda: un piccolo insetto sprovveduto si dibatteva con caparbietà nel vano tentativo di liberarsi. Parve persino al giovane  di cogliere una luce crudele saettare nei minuscoli occhietti pazienti dell’aracnide. 

Una sorta di inspiegabile rassegnazione lo indusse ad assistere immobile alla conclusione ineluttabile di quell’agguato, che racchiudeva in sé un’elementare filosofia di vita. L’eterna legge del più forte trionfava ancora una volta con la sua logica spietata.

Non poté fare a meno di interrogarsi sul suo futuro sempre più incerto. Nonostante i suoi sforzi di vedere le cose in maniera ottimistica, l’immagine lugubre del boia incappucciato continuava ad assillarlo con insistenza. Se il re in persona aveva chiuso i suoi artigli affilati intorno a lui, per un’imperscrutabile trama, chi mai avrebbe potuto trarlo da quell’impiccio?

Le volgari provocazioni degli altri galeotti, pendagli da forca dai volti devastati dal vizio, lo raggiungevano a tratti nel silenzio ostinato in cui si era chiuso da ore.

-         Il figlio bastardo del conte Ristori, ha avuto finalmente ciò che meritava – una risata raccapricciante scosse l’aria greve della prigione – si dava arie il signorino, nei suoi begli abiti eleganti! Ecco che cosa si ottiene a voler rinnegare le proprie origini..- l’uomo sputò per terra senza ritegno – I viscidi ratti tornano, prima o poi, nelle fogne da cui sono venuti…- i suoi occhi colmi di ottuso livore lo fissarono in attesa di una reazione.

Gli altri prigionieri, i visi alterati da smorfie ripugnanti, si volsero con trepidazione verso quella promessa di svago. Le bagarre erano il solo modo di dare sfogo a tutto l’odio sordo che impregnava quell’antro dimenticato dal mondo.

Un clangore inatteso di chiavi smorzò la tensione crescente dell’atmosfera. Il prefetto Terrazzani, accompagnato da un altro gentiluomo, spinse da parte  il pesante cancello di ferro che dava accesso alle numerose segrete. Ognuno finse indifferenza ritornando a rannicchiarsi  senza indugio nel suo angolo sordido.

La voce familiare di Antonio Ceppi richiamò l’attenzione di Martino riportando un soffio di vita nel grigiore dei suoi pensieri. Al dottore bastò un solo colpo d’occhio per intuire lo stato d’animo del nipote; un tempo non molto lontano, anche lui aveva provato sulla sua pelle le stesse umiliazioni, lo stesso senso di impotente frustrazione.

Conosceva molto bene il potere insidioso di tante oziose elucubrazioni, che rischiavano di trascinarti giù in una voragine senza fondo! Gli afferrò saldamente la spalla, attraverso la grata, in  una stretta amichevole :

-         Non ti abbattere Martino – la sua voce era calda, rassicurante. Antonio lo guardò a lungo nel tentativo di comunicargli la volontà di reagire - te lo dice qualcuno che ci è passato, non devi perdere mai la speranza, o rischi di impazzire, ti tireremo fuori di qui! – esclamò con convinzione credibile – Del resto ci sono buone notizie…- la frase rimase in sospeso. Il ragazzo gli rivolse uno sguardo in cui vibrava la speranza. Antonio si girò intorno con aria furtiva, quindi abbassò la voce fino ad un sussurro complice:

-         Non ti inganno Martino, la notizia ti lascerà senza fiato… mi dispiace potertela dare solo ora e in queste tristi circostanze… Tuo padre è vivo! – esclamò cercando di contenere l’emozione che gli gonfiava il petto.

Incapace di proferire sillaba, Martino lo fissò incredulo, un’espressione accigliata gli si dipinse in volto. Il gentiluomo gli lasciò il tempo di assimilare l’informazione, quindi proseguì:

-         Ci sono misteri  e segreti che spiegano quello che adesso ti sembra impossibile da credere…. io ed Anna… abbiamo dovuto mantenere un assoluto riserbo sulla faccenda, per ragioni che comprenderai senza difficoltà. Elisa è assieme a lui, ora…- sottolineò le parole con un gesto vago.

Man mano che faceva sua l’implicazione di quelle parole, l’espressione sbigottita di Martino lasciava il posto ad uno scintillio radioso:

-         Mio padre è vivo! – proruppe in un grido soffocato – com’è possibile, dov’è ora? Perché è scomparso tutto questo tempo? – chiese martellante.

-          Ogni cosa a suo tempo. Non posso raccontarti tutto nei dettagli, adesso. Anche perché nemmeno io sono a conoscenza di tutti i risvolti. Sappi, però, che gli ho già inviato una missiva per informarlo degli ultimi accadimenti. Puoi stare sicuro che non ti lascerà a marcire in prigione senza agire – asserì con convinzione - lo conosci, non si darà per vinto tanto facilmente. Credi forse che capiti tutti i giorni che qualcuno rinasca a seconda vita? – il tono della sua voce era diventato scanzonato – un uomo che riesce in tale impresa, può raggiungere qualunque scopo…! –

Risero insieme di quella facezia, dimenticando per un attimo il luogo in cui si trovavano.

Un po’ più tardi quel pomeriggio, dopo che Antonio se n’era era andato via,  Martino fissava il cantuccio di cielo visibile attraverso la minuscola grata, il volto illuminato da una fiducia nuova.

                                        ******

Fabrizio prese tra le mani il foglio piegato accuratamente, ingiallito dal tempo, che Florence gli tendeva con mano esitante.

Ancora una volta una fatale missiva reggeva le fila delle loro vite, si disse. Quel contatto gli procurò un brivido lungo la schiena, come se le sue dita avessero ridestato antichi fantasmi sopiti nell’ombra.

La firma della regina campeggiava in fondo al documento con il suo tratto malfermo. Ogni parola tracciata a fatica sulla carta sembrava prendere vita, sotto lo sguardo di brace di Fabrizio, rievocando una voce lacerante, una scena struggente, quelle stesse immagini che perseguitavano Florence nelle sue notti bianche, senza lasciarle scampo.

La lettera sembrava conformarsi a quelle che erano state  le sue aspettative iniziali, la struttura ritracciava perfettamente lo schema di tanti documenti ufficiali. Solo che…a un certo punto qualcosa lo colpì, come una sferza in pieno viso. Egli rilesse più volte, la fronte aggrottata nello sforzo di comprendere, quindi sollevò uno sguardo stupefatto:

-         Non….non è possibile…!- riuscì a dire attonito

Elisa aveva seguito appassionatamente la lettura di Fabrizio, cercando nei suoi occhi le risposte a tante domande confuse. L’espressione che vi trovò, d’improvviso, le diede un fremito. Qualcosa di assolutamente sconvolgente, nel contenuto della confessione, doveva aver turbato Fabrizio oltremisura.

Rimase paralizzata ad attendere il verdetto. Egli si riscosse, infine, e riuscì a parlare con voce sufficientemente serena:

-         Deve sicuramente trattarsi di una bizzarra coincidenza, tuttavia … -

Sollevò la pergamena alla luce della finestra continuando ad osservare fissamente i ghirigori sulla carta, sotto gli sguardi impazienti delle due donne, animate da emozioni differenti. Mentre la contessa era terribilmente combattuta tra la curiosità di sapere e l’indefinibile timore di conoscere la nuova verità, Florence sembrava, al contrario, solo ansiosa di scoprire quale particolare, in quelle parole a lei note, poteva aver creato tanto scompiglio.

-         Per l’amor del cielo, Fabrizio, che accade?- chiese infine sua moglie.

-         La bambina venne affidata ad una famiglia che viveva nelle tenute del regno, in cambio del figlio naturale del re, quello che aveva avuto da una relazione con una giovane contadina….-

-         Sì, sappiamo bene che fu così…questo non aggiunge nulla alle nostre conoscenze..-

-         No, hai ragione, “questo” non aggiunge nulla, in verità, a ciò che sapevamo già .– ripeté quasi meccanicamente – E’ il nome della famiglia che getta nuova luce sui fatti -  egli trascinava curiosamente le parole, quasi come se volesse prendere tempo. Elisa insisté ancora:

-         Ebbene Fabrizio, qual è dunque il nome della famiglia? – chiese sempre più anelante.

Ancora una volta, una curiosa sensazione s’impadronì di lei, la stessa che aveva provato poco prima che Victor svelasse l’identità della dama di compagnia scomparsa. Anche allora aveva sentito confusamente che la rivelazione la toccava, in qualche modo, da molto vicino. Fabrizio la guardò disarmato poi disse in un soffio:

-         Scalzi….questo è il nome che viene indicato nella confessione – le parole aleggiarono nella stanza per qualche istante. Il cuore di Elisa diede un balzo violento.

 

-         Non…non capisco – disse con voce strozzata, studiandosi di riprendersi – deve assolutamente trattarsi di un errore…Scalzi è un nome diffuso in Piemonte..-- 

 

        Sì, è quanto io stesso mi sono detto, in un primo momento..- riuscì ad articolare – il nome dell’artigiano Francesco Scalzi, sembra però non lasciare spazio ad alcun dubbio…tutto coincide! – sentenziò mostrando il foglio a riprova di quanto diceva.

Mme de Marguéry guardava dall’uno all’altra, senza riuscire a comprendere. Fabrizio proseguì, dando voce definitiva alle mezze intuizioni, a quella verità fino ad allora solo parzialmente accennata:-         Elisa…- la donna vacillò come sotto un colpo a quel richiamo vibrante di struggimento -  sei proprio tu quella bambina che venne privata, ventisei anni fa, della sua legittima eredità… per oscure trame di potere! Sei tu la figlia di Carlo Emanuele III!

 

Elisa ebbe l’impressione di vivere uno di quegli incubi angoscianti in cui ci si trova in bilico sull’orlo di un abisso. Qualcuno, alle sue spalle, la spingeva di sotto con prepotenza, e lei, senza più appiglio, si sentiva precipitare giù, sempre più giù…e si chiedeva quando si sarebbe schiantata.

Un grido le morì in gola, chiuse gli occhi nel tentativo di rimuovere quel presente inaccettabile, molesto, che rimetteva in discussione i punti fermi della sua vita.

Il conte Ristori, conscio del dramma interiore che la travolgeva, le si avvicinò dolcemente prendendole una mano tra le sue, incapace di trovare le parole giuste.

Sentiva la piccola mano inerte di Elisa abbandonarsi passivamente alla sua stretta gentile e cercò inquieto una risposta in quegli immensi occhi da cerbiatta ferita. La luce vitrea e inespressiva che vi trovò, lo disorientò. Si sentiva in grado di lenire il dolore, di calmare la rabbia divampante, ma era  privo di armi di fronte a quella pericolosa corazza d’indifferenza.

 

Fu Florence a rompere quel silenzio carico di imbarazzo, era riuscita faticosamente a mettere insieme i pezzi del mosaico e pareva emergere, infine, dalle sue fantasticherie ad occhi aperti. La sua voce argentina rivelava che aveva recuperato il suo invincibile buonumore:

-         Ma certo, come ho fatto a non capire prima! – sembrava seguire il filo logico di un suo segreto pensiero – ecco perché ho sempre provato la curiosa sensazione di avervi già conosciuta, i vostri occhi immensi e trasparenti….sono quelli di vostra madre! – proruppe.

Vinta dalla commozione, Florence veleggiò su Elisa, che, al contrario, era al colmo dello smarrimento:

-         Questo spiega lo slancio istintivo che ho subito provato per voi, amica mia! Voi…- proseguì madame de Marguéry con voce spezzata – avete la stessa indole fiera e leale, lo stesso animo sensibile della regina Anna Luisa Cristina…e tale eredità vi fa onore. Non capite….è lei che vi ha guidato fino a me, perché io potessi riparare a tutto il male…- un nodo dolente alla gola le impedì di andare avanti. -         Io…io, perdonatemi Florence. Ho bisogno di un po’ di tempo per abituarmi all’idea che nelle mie vene scorre sangue reale – un povero sorriso desolato le apparve sulle labbra esangui – ho vissuto tutta la vita con la ferma certezza di essere Elisa Scalzi, figlia di un onesto artigiano… questa certezza mi ha resa sempre orgogliosa delle mie origini, per quanti sacrifici e umiliazioni mi siano costate, ed ora …- si coprì il viso con le mani.

Il ritrovato ottimismo di Mme de Marguéry sembrava non voler retrocedere di fronte a tanta cupa austerità. S’interpose energicamente al discorso della contessa senza attenderne la conclusione:

-         Ed ora, mia cara….nulla è mutato, siete e sarete sempre Elisa, una donna forte e combattiva che non si è fermata davanti agli stupidi pregiudizi di una società asfittica…- le sue parole sincere erano colme di affetto - che ha guadagnato la stima di chiunque l’abbia incontrata –

Lo sguardo adorante del conte non faceva che confermare quelle affermazioni. Egli proseguì il panegirico con voce appassionata:

-         … che ha sempre avuto il coraggio di lottare per quello in cui credeva, incurante dei pericoli, una donna indomita,  d’animo nobile e d’incomparabile bellezza che ha conquistato irrimediabilmente il mio cuore… la mia Principessa. – terminò gli elogi con un profondo inchino, che sembrava voler sdrammatizzare la gravità della situazione.

Elisa, ancora frastornata, ascoltava quelle invitanti lusinghe, fortemente tentata di abbandonarsi a tanta disarmante saggezza.

Florence richiamò ancora una volta l’attenzione dei suoi visitatori :

-         Vedete bene, mia cara, che la mia è un’opinione condivisa – sorrise apertamente – Ora…vi lascio alle premurose attenzioni di vostro marito. – il suo improvviso  tagliar corto colse la contessa di sorpresa

 

  – E’ ora che provveda ai preparativi, se non vogliamo tardare al nostro incontro con il destino! Troppo a lungo sono stata sorda agli appelli del buon senso.…è arrivato il momento di agire…- e uscì dalla stanza come una fola, senza lasciare agli ospiti il tempo di riprendersi da quella valanga inarrestabile di parole.

                               ******

Elisa si svegliò di soprassalto, quella notte, con un’orribile sensazione di malessere che le stringeva lo stomaco in una morsa d’acciaio. Improvvisamente i ricordi  riaffiorarono alla memoria e lo stesso dolore sordo tornò a pulsarle nel petto.

Le braccia rassicuranti di Fabrizio le circondavano la vita in un gesto infinitamente tenero che il sonno aveva suggellato, ella si girò sfiorando con le labbra uno zigomo dalla linea decisa, che la luce proveniente dalla finestra, faceva risaltare nel buio; nulla però, riusciva a dare pace ai suoi pensieri irrequieti. Scivolò carponi fuori da quell’abbraccio ed aprì la vetrata pensando che, forse, la fresca brezza le avrebbe giovato.

La notte era dolcissima, tempestata di stelle. Elisa aspirò a fondo l’aroma intenso di primavera che si librava soavemente nell’aria e sentì la tensione allentarsi impercettibilmente.

Il chiarore lattiginoso della luna bagnava di un magico splendore l’immenso parco del castello d’Anvau, si adagiava danzando sull’acqua leggermente increspata della fontana, dove riposava l’aggraziato cupido di pietra. Le rose rampicanti, intorno al piccolo gazebo, trafiggevano di bianco l’oscurità, in uno sfavillio irreale.

Un fruscio lieve, alle sue spalle, la fece emergere da quella contemplazione estatica; pure, ella non si voltò. Sentiva la presenza vigile e rassicurante dell’uomo che amava, e questo le bastava. Chiuse ancora gli occhi protendendo ogni senso verso i tentacoli invisibili di quell’incanto.

Fabrizio, sollevato su un gomito, osservava l’esile sagoma di sua moglie; la candida spalla che il pizzo del négligé scopriva appena, creava un’improvvisa macchia di luce tra l’ombra. Le si avvicinò cautamente, per non turbare il precario equilibrio dell’atmosfera, e sfiorò con la guancia i suoi capelli fluenti, liberi finalmente dalle costrizioni di tante complicate acconciature. Attraverso il tessuto sottile che la avvolgeva, percepì tutta l’inquietudine di quelle ore di veglia, la sentì vulnerabile, infinitamente fragile. La sua voce calda spezzò il silenzio:

-         Hai già ammirato la stella più straordinaria del firmamento? Ecco, lassù… – indicò un punto verso oriente – splende più d’ogni altra! – sussurrò piano stringendola a sé

Elisa sorrise appena a quell’allusione, ricordava molto bene che un tempo, non molto lontano, egli le aveva donato una stella, battezzandola con il suo nome. Quella stessa stella le aveva lacerato il cuore durante le interminabili notti di solitudine. Quasi come se avesse colto il suo pensiero, egli proseguì:

-         A me non occorre più guardare la notte per vederla, essa riverbera nella mia vita ogni istante..- tacque a lungo continuando a sentire su di sé la pesantezza di quel silenzio denso d’affanno. Socchiuse gli occhi:

-         - Mi sembra di sentire il tramestio dei tuoi pensieri stanchi, Elisa; arrivano a turbare persino i miei sogni…-

-         Mi dispiace, non riesco ad impedirmi di pensare…ci sono ancora troppe domande che non trovano risposta! – esclamò con voce incrinata.

-         Vorrei tanto che tu condividessi con me ogni assillo, ogni pena, amor mio…non tenerti dentro tutto quanto…- poggiò le labbra sulla fronte diafana.

-          Non intendevo escluderti…- si rannicchiò tra le sue braccia  - è che a volte sento il bisogno di stare da sola…E’ ancora tutto così confuso!- esclamò trascinando dolorosamente le parole.

-         Vuoi che ti lasci, allora? – sembrò distaccarsi appena da lei.

-         No, rimani… – una mano insistente gli trattenne il braccio – L’immagine di mia madre mi ossessiona, senza darmi requie. Ripercorro ogni momento della mia vita, cerco di spiare ogni suo atteggiamento…eppure, nulla ha mai fatto sospettare alcunché, mi sono sempre sentita incondizionatamente amata, non ho mai avvertito differenze tra me e Orsolina, che pure, era la sua unica vera figlia…e tuttavia, non riesco a farmene una ragione, il pensiero che lei sia stata a conoscenza di ogni cosa e che abbia taciuto la verità, per tutto questo tempo, mi ferisce oltre ogni dire …come ha potuto? –

Fabrizio attese di aver trovato la maniera giusta, prima di esprimere il suo pensiero, era consapevole di quanto ogni parola sbagliata potesse ferirla:

-         Credo che per lei fosse un segreto troppo imbarazzante da  rivelare, a chiunque… anche a te. Difendere la memoria, proteggere la dignità dell’uomo che avevi sempre creduto fosse tuo padre era più importante. – attese ansioso la sua replica.

-         Forse hai ragione. Però la rabbia non mi abbandona…una rabbia che mi cresce dentro e non riesco a placare. Vi sono altri interrogativi irrisolti: mia madre, o forse dovrei dire la donna che mi ha cresciuto, sa che suo figlio regna sul Piemonte? Il re Carlo Emanuele III era a conoscenza della mia identità? – il tono della sua voce era incalzante.

Presto, molto presto, potrai rivolgere tutte queste domande a lei. Penso sia giunto il momento dei chiarimenti. Domani partiremo per Rivombrosa...- il nome della sua terra gli

-         procurava sempre una fitta al cuore - Victor ci raggiungerà quando si sarà del tutto ristabilito, il suo valido aiuto ci sarà prezioso in questo momento delicato…-

Elisa poco attenta alle ultime affermazioni continuava a inseguire i suoi pensieri:

-         Sì, è giunto il tempo dei chiarimenti – ripeté assorta – ma non sarà per nulla facile trovare le parole, senza incrinare i rapporti.. – emise un lungo sospiro – Non…non riesco ancora a capacitarmi, ho la sensazione di dovermi svegliare, prima o poi, da quest’incubo…- dischiuse le labbra senza concludere la frase.

Fabrizio la afferrò alla vita con decisione fissandola intensamente. Il suo tono era scherzosamente perentorio.

-         Credo che così possa bastare... – le sollevò il mento costringendola a guardarlo – IO, non tu, dovrei risentirmi per essere stato così miseramente ingannato. Dopo mille rocambolesche peripezie, per nulla semplici, lasciamelo dire, riesco a sposare un’affascinante quanto impudente popolana, per poi scoprire di trovarmi legato ad una noiosissima principessa del sangue…e che per di più avrei potuto evitarmi tante inutili fatiche. Detesto lo spreco di energie…preferisco conservarle per qualcosa di gran lunga più stuzzicante! –

Il sorriso malizioso che gli aleggiava sulle labbra era irresistibile. Elisa rise di cuore. Egli la guardò felice di essere riuscito a fugare, sia pure per un momento, le ansie che la opprimevano.

-         Ecco, questo è il sorriso che vorrei vederti sempre – le accarezzò delicatamente una guancia con un dito – Hai già sofferto troppo, anche per colpa mia, giuro che nulla turberà più i tuoi sogni. La tua vita tende a una svolta decisiva…- si riscosse - Pensa alle facce di tutti quei nobili pieni di boria quando…lo scopriranno. E pensare che per anni hanno arricciato il naso, niente di meno che, davanti a ….una principessa del sangue…-

 

Risero ancora insieme per quella  burla del destino, poi le risate si spensero dolcemente in baci appassionati, in carezze leggere, quindi insinuanti, in sospiri ardenti …che si persero nella complicità della notte sotto lo sguardo compiacente della luna.

 nostri eroi si trovavano già in prossimità del Moncenisio quando il messo proveniente dal Piemonte giunse nello Champagne.

Fu il conte d’Anvau a ricevere il foglio sigillato, indirizzato alla contessa Ristori e, dopo aver riflettuto a lungo sulla decisione da prendere, si diresse a passi spediti verso la stanza di monsieur Bénac.

Attese con calma che il medico completasse una delle sue periodiche visite di controllo, quindi si informò sulla salute dell’infermo:

-         Sono profondamente ottimista – asserì il luminare  - mai nessun paziente si è ripreso tanto rapidamente, conte. Credo che tra poco più di una settimana monsieur Bénac potrà tornare alle sue attività, sia pure con la dovuta cautela!- aggiunse.

-         Tutto questo è indubbiamente merito della vostra incomparabile scienza, monsieur de La Marée. Non so dirvi quanto vi sia immensamente grato per i vostri servigi e …per la vostra discrezione – concluse.

Il medico si inchinò profondamente prendendo congedo dal gentiluomo che poté, infine, avvicinarsi al convalescente. Sul volto di Victor erano dipinte un’espressione di noia incommensurabile e un moto d’insofferenza controllata a stento:

-         Tale interminabile periodo di degenza mi uccide – proruppe – più di quanto non l’abbia fatto questa fastidiosa ferita – scostò leggermente la trapunta che aveva sulle gambe con un gesto spazientito. Il conte parve riflettere guardandolo a lungo.

-         Sì, mi rendo conto di quanto questo periodo d’inattività forzata debba essere seccante per voi – ammise, poi richiamò la sua attenzione sulla missiva –Mi trovo in un’imbarazzante situazione, amico mio. Voi forse, potreste essermi d’aiuto con la vostra saggezza… – Una piccola ruga si delineò sulla fronte di Victor. L’altro continuò:

E’ appena giunta dalla tenuta di Rivombrosa …questa – sollevò il foglio – potrebbe trattarsi di notizie di ordinaria amministrazione, ma d’altronde,  potrebbe anche recare informazioni di una certa urgenza – asserì con solennità – e…visto che i nostri amici sono nell’immediata impossibilità di rompere il sigillo, mi chiedevo se non fosse il caso di farlo noi stessi, così da poter, eventualmente, intervenire in modo tempestivo, se vi fosse una qualunque

-         emergenza…- egli rimase ad attendere una replica. Monsieur Bénac dovette constatare la logica cristallina di quel ragionamento.

-         In effetti, conte, le vostre considerazioni non fanno una piega – sembrò meditare. L’altro riprese:

-         Confido che i nostri amici vorranno perdonarci per questa deplorevole intrusione nella loro vita, se fatta in buona fede…- concluse.

-         Sì, concordo con voi, conte – confermò – vi cedo dunque l’onore di farlo …- L’altro esitò ancora, quindi spezzò il sigillo con un movimento secco e si tuffò nell’inquieta grafia femminile che ricopriva la pergamena. Appena ebbe finito sollevò uno sguardo allarmato:

-         Abbiamo avuto ragione, amico mio, il conte Ristori sembra avere ancora bisogno del nostro sollecito aiuto – decretò – quel pusillanime che siede sul trono del Piemonte ha ordinato l’arresto di suo figlio Martino, pare, riaprendo un vecchio caso di omicidio…-

 La notizia colpì Victor con la violenza di uno sparo. Si sollevò a mezzo, sorreggendosi ai braccioli della poltrona e tese una mano risoluta.

-         Datemi!– sibilò, quindi lesse a sua volta con voracità. Ciò che rilevò nel contenuto della lettera era più di quanto egli fosse in grado di tollerare.

 L’affetto sincero e profondo  che aveva sempre nutrito per il ragazzo lo aveva indotto, già una volta, a mettere a repentaglio la sua stessa incolumità. Non si pentiva, tuttavia, di quelle azioni, sarebbe stato pronto a rifare ogni cosa,  se si fosse ritenuto necessario. Una smorfia di disprezzo gli increspava le labbra.-         Vile codardo, arrivare a prendersela con il ragazzo per colpire il conte alle spalle è un’infamia imperdonabile! – ringhiò facendosi livido dalla collera - Non me ne starò qui con le mani in mano, conte. Intendo essere accanto a sua signoria al momento della resa dei conti…e proverò un piacere sottile nell’assistere alla spregevole disfatta di quell’impostore.- la veemenza con cui si esprimeva sembrava stridere con la sua indole pacata - Farà la fine che merita...io stesso mi impegnerò affinché sia così… – disse quasi a se stesso.

-         Non potete andare, non vi siete del tutto ristabilito - ribatté Philippe d’anvau –. Dovete pazientare ancora un po’. Partirò io ….il medico ha ordinato che…- Victor non gli consentì di proseguire.

-         Farete bene ad impedirmelo, allora, se ne avete il coraggio! Ma vi avverto, non c’è nulla al mondo che potrebbe farmi desistere da questo scopo – Lo sfidò con pericolosa tranquillità.

-         Se siete così determinato ad agire non c’è null’altro da fare che arrendersi, amico mio. Non mi rimane che accompagnarvi e vegliare su di voi !- concluse il conte con un sospiro di  rassegnazione.

 

E per l’ennesima volta la servitù venne costretta ad un’ istantanea quanto frenetica attività…

                                      ******

Sua Maestà Vittorio Amedeo era intento ad annodarsi una cravatta di pizzo quando gli dissero  che il marchese Montiglio chiedeva udienza. Una ragguardevole schiera di lacché, sarti, parrucchieri, truccatori, si affaccendava intorno a lui per ultimare la sua complicata toletta, secondo un rito che si ripeteva tediosamente ogni giorno.

Mentre un cameriere gli appuntava una spilla di diamanti nel bel mezzo della cravatta, il re ordinò che l’ospite venisse introdotto senza indugio. Alzò lo sguardo e incontrò nello specchio quello del suo consigliere: vi ardeva una luce solenne, non priva di una certa urgenza.

Sospirò, scosse il capo con austerità e si affrettò a congedare la fitta cerchia di prodighi servitori, con un cenno indolente della regale mano; quindi si girò nell’imponente sedia dorata e incrociò le braccia sul dorsale riccamente tempestato di pietre preziose.

-         Ebbene, marchese,  mi chiedo cosa possa mai esservi di tanto urgente da non poter attendere la fine della mia toletta? –

Il visitatore depose tricorno e guanti e disse impassibile:

-         Vogliate perdonare l’importuna invadenza, Vostra Maestà, ma pensavo sareste stato ansioso di conoscere i progressi fatti nelle indagini che tanto vi stanno a cuore…-

Il re gli lanciò uno sguardo carico di alterigia.

-         Intendete forse dire, che avete trovato nuove prove schiaccianti a carico del figlio bastardo del conte?- sorrise con disprezzo.

Il marchese pensò che quell’affermazione avesse un nonsoché di esilarante sulla bocca di un personaggio dalle dubbie origini, quale lui era. Ad ogni modo, si guardò bene dal palesare il suo pensiero. Disse invece:

-         No, vostra Maestà, le prove a carico del figlio di sua signoria sono più che sufficienti per ottenerne la condanna a morte. E se così non fosse sarebbe un’inezia costruirne di altre…- concluse.

-         E dunque….? –

-         Le nuove che vi reco, Sire, riguardano, invece, le ricerche sul misterioso erede scomparso…Sono finalmente venuto a capo dell’enigma…-

                            FINE DELLA PUNTATA

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categorie: stordite, edr il romanzo
sabato, 03 novembre 2007

edr versione alternativa XI PUNTATA

 
 
Victor cercò di respirare a fondo, era perfettamente conscio dello stato di ansiosa aspettativa in cui teneva i suoi amici. Avrebbe voluto appagare all’istante la loro curiosità, condividendo i risultati di tante faticose ricerche, ma la ferita ancora dolorante gli imponeva di prendersi tempo, tra una parola e l’altra:
-         …La regina aveva una dama di compagnia fidatissima…. un’amica devota. Quando Anna Cristina Luisa morì…. ella svanì come per magia. Qualcuno a corte…. si sta ancora chiedendo con inquietudine dove sia finita…-
Il conte Ristori levò impercettibilmente le sopracciglia, il suo sguardo penetrante si fece più attento:
-         Cominciate ad interessarmi incredibilmente, amico mio…-
-         Ero certo che sarebbe stato così, conte! ..La donna, dicevo, scomparve in barba a tutti…e si suppone che abbia portato con sé terribili segreti…-
Elisa non riuscì a contenere le domande che le si affollavano alle labbra:
-         E voi…..siete già riuscito a parlarle, monsieur Bénac? O quanto meno.. conoscete il suo nome? -
-         …No, contessa…non sono ancora riuscito ad avere un colloquio con lei, e temo che la mia condizione mi impedirà di farlo, ancora per un po’. Quanto al suo nome, però, posso facilmente soddisfare la vostra curiosità: al tempo in cui era dama di compagnia si faceva chiamare madame de Vaubin, ed era la giovanissima vedova di un generale dell’esercito che godeva fama di eccezionale coraggio, in guerra…-
Elisa ebbe una sensazione vaga a quelle parole, inspiegabile. Ad ogni modo non vi fu il tempo di pensare; la voce di monsieur Bénac si sovrappose al suo tentativo di precisare quell’intuizione folgorante:
-         Sono riuscito a seguire le sue tracce fino in Francia..- uno spasimo gli si spense in gola, dovette darsi tempo, respirò a fondo - …vive a Parigi, dove ha sposato un gentiluomo ben inserito in società: un certo monsieur de Marguéry. –
L’ultima frase aveva dato conferma alla premonizione della nostra eroina. Il conte invece, che non aveva sospettato nulla fino a quel momento, volse il capo in direzione di Elisa, negli occhi uno sguardo di stupita interrogazione. Il caso sembrava divertirsi a giocare con le loro vite, disseminando strane coincidenze sul loro cammino.
Delle grida festose interruppero la conversazione privata tingendo d’arcobaleno quel quadro a fosche tinte. Una voce inconfondibile di bimba raggiunse ovattata la stanza spingendo Elisa ad accostarsi alla finestra. L’immagine di Agnese che saltellava correndo per il grande parco, seguita da Amelia, le riscaldò subito il cuore riportandola alla dolce consapevolezza della propria maternità.
La giornata era luminosa, il tempo volubile del giorno prima aveva lasciato nel cielo strappi di nuvole candide che ne facevano risaltare ancor più l’azzurro acceso. La leggera brezza primaverile arruffava dispettosa le foglie, faceva levitare impercettibilmente la veste leggera di Agnese, dandole un’apparenza eterea.
Fabrizio prese teneramente sua moglie alla vita e le depose un piccolo bacio furtivo sul collo:
-         Ho programmato il loro arrivo, sin dalla mia partenza. Ritengo che qui nostra figlia sia più al sicuro e… sono felice di averti piacevolmente sorpreso…!-
Quella semplice frase esprimeva una complicità nuova, la promessa di un meraviglioso futuro insieme.
 
Victor si perse per un attimo nella contemplazione di quel quadretto che si stagliava contro la luce limpida del mattino. Non poté impedirsi di provare una fitta d’invidia, priva tuttavia di ogni traccia di gelosia. Era definitivamente guarito dalla passione travolgente che aveva nutrito per Elisa e ora cominciava a chiedersi se anche lui, un giorno, avrebbe condiviso un sentimento altrettanto profondo con qualcuno.
 Elisa, cullata dalle parole di Fabrizio, non riusciva più a contenere la sua gioia, l’emozione la invadeva a ondate creando un piccolo ingorgo dolente alla gola.
 Gli occhi le si riempirono di lacrime che non riuscì a ricacciare indietro, per quanti sforzi facesse. I richiami insistenti di Agnese riecheggiavano sempre più vicini: - Mamma, mammina mia! - ripeteva cinguettando lieta
Senza più indugiare la contessa corse incontro a sua figlia, che le si gettò tra le braccia con la fresca spontaneità di sempre. La strinse a sé assaporando appieno la tenera sensazione di quel contatto.
Prese tra le sue le manine della bimba e, scostandola leggermente da sé, la osservò per un lungo istante soffermandosi su ogni particolare, come per imprimerselo nella memoria.
Una cascata di soffici riccioli, trattenuti da un nastro rosa le incorniciava il visetto paffuto ricadendole sulle spalle in boccoli ordinati. La boccuccia protesa era un bocciolo soave e delicato.
Amelia, che era riuscita faticosamente a tenerle dietro, arrivò in quel momento, il petto palpitante per l’affanno; strinse la mano di Elisa al colmo della commozione:
-         Oh Elisa, che paura mi hai messo, se non fosse stato per Sua Signoria – s’inchinò rispettosamente in sua direzione – sarei impazzita dalla preoccupazione. Ma cosa è successo piccina mia? –
 
 
Il suo rapporto con Amelia era sempre stato speciale, l’aveva considerata molto più che una semplice governante, quasi una seconda madre.
-         E’ una lunga storia Amelia, ti racconterò…- esclamò la giovane donna elusiva. Non le andava di sciupare quel momento con tristi pensieri.
Fabrizio aveva osservato la scena con sorniona benevolenza, avvolgendo con lo sguardo due tra le persone che più amava al mondo. 
Si ripeté che nulla di brutto avrebbe potuto turbare la sua felicità perfetta. Non poteva certo presagire quale tiro mancino gli riservasse ancora la sorte…
                                           ******
Sua Maestà Vittorio Amedeo camminava nervosamente, misurando a grandi passi la sala consiliare. Qualcosa doveva aver irrimediabilmente turbato i suoi pensieri, e quella preoccupazione appariva evidente in tutta la sua imponente persona. La sua regale mano diede espressione alla rabbia che si impadroniva di lui assestando un pugno sul grande tavolo di mogano intarsiato.
Quell’opera mirabile dei più rinomati artigiani francesi, tuonò sotto quel colpo possente ripercuotendone il suono amplificato per tutta l’ampiezza della stanza.
La persona che il re attendeva con impazienza venne finalmente introdotta; madame Lavoulère portava, sotto il cappello a tese larghe, una veletta scura che le celava parzialmente il volto. Sollevò il sottile schermo di pizzo con un movimento aggraziato della mano affusolata e si inchinò profondamente al sovrano.
Il suo viso ben disegnato si rivelò allora in tutto il suo splendore; la bella bocca dalle labbra provocanti aveva una piega decisa, che lasciava intravedere quanta ostinata determinazione si nascondesse dietro quell’apparenza angelica. Eléonore, per quanto giovane, sapeva già molto bene quello che voleva dalla vita.
L’ “amicizia” del re le aveva spalancato molte porte e, avendo assaporato il gusto inebriante del potere, non avrebbe permesso che nulla al mondo si mettesse tra lei e la sua scalata verso l’autoaffermazione. L’indole candidamente immorale che la contraddistingueva lasciava agevolmente supporre che i mezzi con cui si riprometteva di raggiungere i suoi scopi non sarebbero stati sempre onorevoli. La sua voce soave pose fine alla trepida attesa del sovrano:
-         Vostra maestà vorrà avere la bontà di scusare il mio ritardo….ma il viaggio di ritorno è stato poco agevole…- si liberò del grazioso cappello, adorno di morbide piume che sormontava una complicata acconciatura “à la capricieuse”, e restituì al re uno sguardo denso di implicazioni.
-         Parlate dunque, Eléonore – la sollecitò impaziente - quali nuove mi portate? –
- Purtroppo nessuna buona nuova, sire…i nostri piani, come anticipava peraltro la missiva, non sono andati a buon fine….-
-         Che cosa è accaduto? - il re parve quasi sul punto di perdere ancora il controllo - tutto sembrava procedere per il meglio. Avevamo finalmente tra le mani una pedina strategica!- ruggì.
-         Così sembrava in un primo tempo, Vostra Maestà. Per colmo di sventura, la contessa è riuscita a fuggire prima che tutto fosse portato a compimento. Il duca Liberati…malauguratamente ha perso la vita in un’imboscata. Le autorità del luogo sostengono si sia trattato di un agguato di briganti… ma io e voi sappiamo bene quale firma rechi l’attentato…-
-         Il conte Ristori è vivo, dunque è così…? - i suoi occhi fiammeggiavano d’ira - Mi uccide gli amici e, come se non bastasse, minaccia seriamente di scardinare la mia reggenza fin dalle sue fondamenta! Non vi avevo affidato che un unico incarico per ripagarmi della fiducia che avevo riposto in voi: liberarmi di lui, un volta per tutte! Non siete che dei buoni a nulla! – ringhiò in un impeto di collera incontrollabile.
Madame Lavoulère non parve minimamente turbata da quello sfogo. Aveva imparato a trattare con quel sovrano dai furori repentini, e si era fatta un’idea precisa degli stratagemmi da utilizzare per rabbonirlo. Le sue sottili arti di seduzione femminile erano ancora un’arma efficace. Dopo tutto anche il re era un uomo; mise bene in mostra la profonda scollatura, che rivelava un seno procace e invitante, e disse suadente:
-         Non è ancora detta l’ultima parola, Sire! Se volete il mio parere, non credo che il conte abbia nulla di schiacciante in mano, o avrebbe già da tempo fatto una mossa…-
-         Non pretenderete che rimaniamo qui ad attendere che agisca, sulla base di una supposizione, signora ? - disse in tono che diveniva visibilmente meno aggressivo.
 Il suo sguardo indugiava su quelle forme attraenti, già distratto da altri pensieri. Quella donna aveva la facoltà di soggiogarlo rendendolo schiavo del suo desiderio per lei. Perfettamente consapevole del suo potere Eléonore continuò quasi in un sussurro insinuante: - Mi fate il torto di sottovalutarmi se pensate che non intendessi che questo. Vi sono infiniti modi di mettere i bastoni tra le ruote a qualcuno. – completò la frase in modo volutamente misterioso. Il re sembrò incuriosito ed ammaliato a un tempo:
-         …E voi signora, immagino che abbiate già qualche idea in proposito…- disse languidamente.
La giovane donna lo fissò con uno sguardo complice mentre gli si faceva sempre più vicina:
-         ..Dimenticate suo figlio Martino, Sire, il conte sembra essere molto sensibile ai legami di famiglia…-
Il re aveva lasciato scivolare le sue labbra voraci sulla seducente curva del collo di Eléonore, definitivamente vinto dal suo fascino, mentre le sue mani la stringevano con veemenza. Ella aveva di gran lunga oltrepassato la distanza lecita che un suddito dovrebbe mantenere con il suo sovrano, si abbandonò alle piacevoli sensazioni abbassando le lunghe ciglia sensuali. La solenne conversazione segreta venne temporaneamente rinviata.

 

Rivombrosa sembrava crogiolarsi oziosamente sotto il tiepido sole di quella giornata d’aprile inoltrato. Ogni cosa, sia pure inanimata, appariva serenamente partecipe in quella solenne  celebrazione alla vita.

L’edera avvolgeva con indolenza le pareti compiacenti del castello in un abbraccio di smeraldo, mentre i cespugli ben curati prorompevano allegramente in piccoli boccioli dai colori smaglianti.

La contessa Anna Ristori si trovava in quel momento presso una spalliera di rose, intenta a recidere i primi fiori che apparivano nell’intrico di foglie e di rami. Sembrava felicemente ignara del suo aspetto un po’ trascurato. Il bordo dell’abito di seta color lavanda, era macchiato dalla terra del parco, e i capelli castani, frettolosamente raccolti in un morbido chignon sulla nuca si gonfiavano in un’onda piena intorno al viso delicato. Si portò istintivamente la mano al ventre impercettibilmente rigonfio in un gesto dolce e significativo, quasi a voler rendere la vita nascente partecipe di ogni moto intorno a lei.

Sentirsi parte integrante di quel miracolo le dava una sorta di ebbrezza nuova, una sensazione di gioia  che non provava più da tempo. La voce cantilenante di Martino, proveniente dalla biblioteca, inframmezzava di tanto in tanto la quiete del mattino con la declamazione dei versi di Catullo, senza tuttavia turbarne l’armonia.

Dacché Elisa era partita, Anna aveva dovuto farsi carico di tutte le responsabilità relative alla tenuta e all’educazione del nipote. Le frequenti assenze di Antonio, di sovente assorbito dalle sue sperimentazioni innovative in campo medico, avevano reso più arduo quel compito che gravava talvolta in modo insostenibile.

Quando Bianca venne ad annunciarle la visita del prefetto Terrazzani, distogliendola dalla sua attività bucolica, la donna levò il capo sorpresa. Cercò di rassettarsi alla meglio sperando di non dare un’impressione esageratamente trasandata e si affrettò a riceverlo.

Non poté fare a meno di nutrire una certa apprensione in merito alla ragione di quella visita. Il prefetto, uomo integerrimo e degno di fiducia, era pur sempre un rappresentante della giustizia regia.

Fu con questo stato d’animo d’ansiosa incertezza che raggiunse il suo ospite nel salottino che dava sul retro, dove aveva pregato la cameriera di farlo attendere.

L’uomo era ritto al centro della stanza, i suoi movimenti nervosi e il suo sguardo sfuggente non sembravano promettere nulla di buono. Si inchinò rapidamente alla gentildonna che rispose cortesemente al saluto, il cuore stretto in una morsa, quindi parlò con voce in cui vibrava l’imbarazzo:

-         Sono spiacente di comunicarvi, contessa, che Sua Maestà Vittorio Amedeo ha ritenuto opportuno riaprire inaspettatamente il caso dell’omicidio di monsieur Armand Bénac.- deglutì a fatica - pare siano state trovate delle prove sospette a carico di vostro nipote Martino… –

Prima ancora che egli concludesse la frase, Anna lanciò uno sguardo allarmato alla pergamena che egli le tendeva; sul candore della carta spiccava, come una sentenza, lo scarlatto del sigillo reale. Prese il foglio con una mano tremante, mentre con l’altra agitava un campanellino dorato; Bianca si affacciò subito alla porta:

-         Manda subito a chiamare il dottor Ceppi, Bianca, di’ che si tratta di una cosa della massima urgenza! – quindi volse il capo verso l’uomo, che era rimasto in piedi, sforzandosi di darsi un contegno.: - A che cosa dobbiamo questo rinnovato interesse da parte del sovrano? – la sua voce era carica di sarcasmo - Non è stato dunque sufficiente il modo oltraggioso in cui ci ha già umiliati? Dopo tutto quello che il conte Ristori ha fatto per la corona! –

Il prefetto abbassò gli occhi cercando di evitare lo sguardo cupo della gentildonna:

-         Non sono in grado di rispondervi contessa, in questo frangente non sono che un retrivo esecutore della legge, sapete bene quanto io stimi la vostra casata…-

Anna levò una mano – Sì, prefetto, ne sono perfettamente consapevole, non è contro di voi che dovrei sfogare il mio sdegno – le sue mani esili ruppero il sigillo, le bastarono pochi istanti per

appropriarsi delle fatali parole della missiva. Per un attimo la vista le si annebbiò, fece uno sforzo notevole  per riacquistare il controllo.

Nella sala calò un silenzio penoso, la contessa si allontanò di un passo e volse il capo verso il paesaggio, di là dai vetri. Quei colori intensi, che solo pochi minuti  prima l’avevano incantata, sembravano divenuti intollerabilmente importuni nel grigiore che si impadroniva di lei. Numerose parole le si affollavano alle labbra, parole di rabbia, di collera, di frustrazione, di dolore: non poté pronunciarne una sola. Riuscì a dire soltanto con una voce atona che pareva non fosse la sua:

-         Molto bene allora, fate quello che dovete, ma permettetemi, prima, di parlare da sola con Martino. –

-         Certamente signora, ve lo devo. -

La donna uscì dalla stanza con incedere dignitoso. Terrazzani rimase ad attendere a lungo, anch’egli intimamente turbato. Vi erano stati anni in cui era stato fiero di affiancare il re, di farsi portavoce delle sue idee. Ora non provava che un amaro senso di inadeguatezza, si sentiva costretto ad azioni vili che non rispondevano in nulla ai suoi ideali. L’età d’oro della corte torinese sembrava tramontata per sempre.

Il ragazzo che varcò la soglia poco tempo dopo, aveva un’ espressione di altera fierezza, che  la sua giovane età sembrava smentire. Gli anni di sofferenze e di soprusi lo avevano fatto maturare  anzitempo.

 Un odio furibondo andava crescendo dentro di lui, dandogli una profonda sete di vendetta. Martino disse a se stesso che il momento della resa dei conti sarebbe arrivato prima o poi, non intendeva però mostrare la codardia di sottrarsi davanti a quell’arresto, per quanto ingiusto. Si consegnò quindi nelle mani del prefetto con malinconica rassegnazione:

-         Sono pronto. Possiamo andare.- poi si volse verso Anna come per tranquillizzarla – non temere zia, i Ristori riusciranno ad ottenere giustizia! –

Dopo un ultimo lacerante saluto,  Anna lo guardò allontanarsi circondato dalle guardie come un comune malvivente, e si sentì sopraffare dalla disperazione. Lacrime di rabbia le rigavano il viso senza che riuscisse a contenerle. Vide da lontano il calesse di suo marito avvicinarsi incrociando la carrozza reale e pensò tristemente che anche quella volta era arrivato troppo tardi.

                                         ******

Ad oriente apparivano i primi raggi del sole ad incendiare un cielo di lapislazzuli.  Sottili pennellate color ambra si stiracchiavano lungo la linea incerta dell’orizzonte. Ancora una volta la luce vinceva la sua eterna sfida contro le tenebre.

Le scuderie del castello d’Anvau erano un viavai affaccendato di servitori e scudieri. In mezzo a quel trepestio il conte Ristori, la superba ed imponente figura  elegantemente racchiusa in una marsina color champagne, impartiva le ultime istruzioni prima della partenza per Parigi. Si muoveva a passi scattanti e decisi, con un’altera sicurezza che rivelava, al primo sguardo, le sue origini aristocratiche. Di tanto in tanto la sua mano si contraeva intorno al frustino manifestando l’impazienza crescente che lo animava in vista dell’incontro con  madame de Marguéry.

Un’esile figura femminile, avvolta in un’ampia mantella bordata di passamaneria d’oro, si fece avanti sul selciato,  a passetti rapidi e impetuosi. Il conte si volse lentamente, le labbra increspate in un sorriso represso; non gli era sfuggito lo scintillio battagliero negli occhi di sua moglie.

-         Se speravi di fare a meno della mia presenza – disse la contessa in pericoloso tono di sfida – colgo il pretesto per disingannarti, mio insidioso marito. Non riusciresti a tenermi in disparte nemmeno con la più sensata delle motivazioni…-

Il conte sollevò una mano, nel tentativo di arginare quel fiume di parole minacciose, contemplandola dall’alto in basso con sguardo ostentatamente canzonatorio:

-         Mi duole deluderti, amor mio. Sarei rimasto, al contrario, notevolmente sorpreso di non vederti giungere. Mi lusingo di conoscere molto bene la caparbietà di mia moglie! –

Un piedino impaziente, elegantemente calzato, batteva ritmicamente per terra. Elisa lanciò al conte un’occhiata ancora carica di diffidenza:

-         Bene allora, non pensare di raggirarmi con le tue arti subdole. Non ci riusciresti. -

Per tutta risposta Fabrizio la attirò a sé con un gesto morbido e seducente. Elisa si sentì pericolosamente vulnerabile.

-         Diventi assolutamente irresistibile, mia cara, quando ti arrabbi – le sussurrò all’orecchio, carezzevole – mi viene in mente quanto di meno rispettabile possa esserci al mondo ma, ahimè, è gioco forza rinviare ogni cosa –

-         poi con gesto inaspettato aprì lo sportello della carrozza, invitandola a guardare all’interno – potrai notare tu stessa che avevo dato disposizioni affinché tutto fosse sistemato in modo tale da rendere più confortevole il  tuo viaggio. –

Sul sedile di seta azzurra facevano capolino morbidi cuscini di raso ed una coperta finemente ricamata. Elisa parve infine disarmata da quell’evidenza schiacciante.

 Un sorriso luminoso le rischiarò il viso mentre offriva candidamente le labbra al bacio appassionato del marito, incurante di tanti sguardi indiscreti.

Dopo aver dato il tempo alla contessa di sistemarsi opportunamente,  Fabrizio salì a sua volta  sulla carrozza, accanto a lei. I cavalli mordevano il freno e scrollavano con impazienza le belle criniere, e il selciato risuonava del loro scalpitare. Appena venne dato ai postiglioni l’ordine di partire le bestie irrequiete balzarono in avanti piegando verso i grandi cancelli in ferro battuto.

In capo a poco tempo la carrozza, con lo stemma della casata d’Anvau, un leone rampante blu su campo dorato, percorreva le strade della capitale francese, lasciandosi alle spalle le polverose vie di campagna.

La contessa Ristori scostò per un attimo la tendina posando uno sguardo distratto sugli eleganti edifici di rue Saint Honoré, quindi adagiò nuovamente il capo sulla spalla compiacente del marito, che le sfiorò la guancia stringendola dolcemente a sé.

 La speranza del colloquio con quella che era stata la dama di compagnia della regina, metteva entrambi in uno stato d’animo di fiduciosa, per quanto incerta, aspettativa.

Dopo qualche minuto, ignari dei tristi eventi che funestavano Rivombrosa, il conte e la contessa Ristori si accingevano a scendere davanti all’immenso portone bugnato del  palazzo “de Marguéry”.

Quella mattina Florence sedeva nel salottino ocra, il capo dolcemente chino sul ricamo a mezzo punto che le esili dita eseguivano con grazia e precisione. Nella cornice della porta-finestra appariva l’immagine luminosa del giardinetto fiorito, con l’elegante fontana di pietra, sormontata da un’immagine di Minerva cacciatrice. Graziosi zampilli fuoriuscivano tutt’intorno rifrangendo sulle foglie degli alberi  fantasiosi e mutevoli barbagli, come piccole gemme sfavillanti ad impreziosire quel quadro primaverile.

I tendaggi alle finestre erano stati cambiati di recente, secondo il desiderio della padrona di casa, particolarmente sensibile ai volubili dettami della moda. La tonalità tenue del  nuovo tessuto, di una

seta impalpabile color paglierino importata dall’ India, avvolgeva ogni oggetto della stanza in un pallido splendore. 

Madame de Marguéry non amava ricamare, il ricamo era l’amaro ricordo di un tempo remoto, che pure tornava ad impigliarsi tra le pieghe della memoria con ostinata prepotenza. Gli anni vissuti

nella frenesia delle serate parigine non erano riusciti a cancellare il passato doloroso, per quanto ferma risultasse la sua determinazione a vivere fino in fondo il ruolo di frivola e infaticabile frequentatrice del bel mondo.

Riaffioravano frammenti scomposti di emozioni, di immagini caparbiamente restie a scivolare nell’oblio: due occhi supplici in un volto diafano, messaggero di morte; due mani tremanti e tenaci che si aggrappavano alle sue,  e parole strazianti come lame affilate che penetravano l’anima.

Il rinnovato dolore della perdita di una persona a lei tanto cara non era bastato, vi si era aggiunta l’angosciante consapevolezza di essere custode di un atroce segreto, la paura di sentirsi braccata.

A quel tempo la fuga da Torino era sembrata la soluzione migliore, la più prudente.

Era riuscita a raggiungere Parigi dove degli amici di fiducia l’avevano accolta cercando di lenire le pene di un’esistenza triste e vuota. Il matrimonio con monsieur de Marguéry, anziano e valoroso ex-ufficiale dell’esercito francese, le era parso, allora, il proponimento più assennato. Quell’unione basata sulla reciproca stima, priva tuttavia dell’intensa passione che aveva provato per il suo primo

marito,  le aveva restituito una certa stabilità interiore e un posto di riguardo in società. I figli erano arrivati tardi ad allietare la sua quieta vita coniugale, quando aveva ormai perduto ogni speranza di diventare madre.

 Malgrado non fosse più giovanissima, Florence conservava una figura snella e gradevole, un’apparenza fresca e gaia e un’irriducibile voglia di vivere che incantavano chiunque avesse la fortuna di incontrarla.

Monsieur de Marguéry l’aveva sempre amata in silenzio, di un amore profondo e discreto a un tempo; e in silenzio l’aveva lasciata libera di mescolarsi al turbinio chiassoso della vita mondana, perfettamente conscio che quello era l’unico modo per tenerla legata a sé. Da esperto conoscitore del mondo, aveva compreso sin dall’inizio che qualcosa di oscuro e doloroso si nascondeva dietro i modi frivoli e ostentatamente spensierati di sua moglie, ma aveva ritenuto ben più saggio non indagare.

Per un attimo Florence aveva distolto l’attenzione dal suo ricamo, l’ago sollevato a mezz’aria in una posa bizzarra. I suoi occhi assenti, si posavano su ogni cosa intorno a lei senza vederla, spalancati su un paesaggio interiore che si animava pian piano di fantasmi.

Fu una ben strana coincidenza che proprio in quel momento un valletto in livrea azzurra entrasse ad annunciarle la visita della contessa Ristori e del conte “d’Anvau”. La donna non poteva certo sapere quanto quell’evento contingente fosse legato al suo passato.

 

D’un tratto il volto di madame de Marguéry riprese vita, un’espressione di lieto stupore accese i suoi occhi maliziosi. Il ruolo di cupido era quello che forse più le si confaceva - si disse -.  Sapere ora insieme due persone che aveva sempre pensato di legare l’una all’altra, le dava un senso di compiaciuto trionfo.

Appena la contessa ebbe varcato la porta del salottino, Florence veleggiò su di lei già dimentica dei torvi pensieri che l’avevano adombrata:

-         Elisa, amica mia, non immaginate neppure che immenso piacere mi faccia rivedervi. Vi credevo ormai in Piemonte.- cinguettò - E voi conte, qual buon vento! La mia giornata sembrava dover scorrere irrimediabilmente all’insegna della noia e invece…mi allietate con la vostra visita inaspettata! –

 

Elisa ricambiò con calore la stretta affettuosa della sua ospite, sebbene la sua espressione tradisse un certo affanno. Fabrizio s’inchinò leggermente, rimanendo imperscrutabile. A madame de Marguéry fu sufficiente una rapida occhiata al volto dei suoi visitatori per intuire che la ragione della visita doveva essere tutt’altro che amena. Il conte fu il primo a parlare:

-         Vi chiederete, signora, che cosa conduca qui me e la contessa. Cercherò di soddisfare come si conviene la vostra legittima curiosità. E’ estremamente difficile, vedete, trovare le parole giuste per esprimere quello che sto per dire…temo che non ci sia un modo indolore – proruppe – … mi studierò, perciò, di farlo nella maniera più schietta possibile…-

Gli occhi sbigottiti di Florence lo fissarono incerti:

-         Dovrete perdonare la mia mancanza di acume, conte, continuo ad essere all’oscuro … –

  

Il conte Ristori raddrizzò assorto una coppia di danzatori di porcellana di Dresda che giacevano dimenticati sulla mensola del camino:

-         Cercherò allora di essere più preciso.Vi chiedo di fare un notevole sforzo di memoria, signora, e di tornare indietro, diciamo, di ventisei anni…-

Sempre più sbalordita la donna si lasciò crollare nella poltroncina più vicina intrecciando con forza le mani in grembo: - Non…non capisco cosa vogliate intendere, io…- farfugliò.

Elisa vinta da un incontrollabile istinto di protezione le fu subito accanto, le prese le mani dolcemente e fissò i suoi occhi luminosi in quelli spaventati di lei:

-         Non dovete temere nulla, amica cara, il conte ed io siamo qui in veste di amici. Imploriamo il vostro aiuto. Mi rendo conto di quanto tutto debba apparirvi deplorevolmente indelicato da parte nostra, ma confido nella vostra infinita capacità di comprensione. So già che una persona come voi, quale io ho avuto la fortuna di conoscere, non può rimanere insensibile dinanzi a questa supplica…-

Florence interruppe il discorso appassionato dell’amica con un cenno della mano, negli occhi uno sguardo di sconfitta:

 

-         Non offenderò la vostra intelligenza provando a negare con inutili raggiri.- disse infine con improvvisa risolutezza -  Dunque è stato vano ogni tentativo di lasciarmi tutto alle spalle, di essere dimenticata …ditemi allora, sono in pericolo?-

-         Posso solo rassicurarvi dicendovi che se lo siete, non è da noi che dovete guardarvi. – Elisa parlò con la sua calma abituale- e allo stesso tempo devo aggiungere, sperando però con questo di non mettervi in allarme, che tutti noi siamo in grave pericolo, la nostra salvezza è nelle vostre mani…-

Ella narrò con dovizia di particolari tutta l’oscura storia , senza ometterne i dettagli più sordidi, né quelli relativi alle vicende personali. Florence ascoltava immobile stringendo spasmodicamente i braccioli della poltrona.

 

-  Mio dio..- mormorò, le labbra livide  – cosa ho fatto, la mia codardia ha rischiato dunque di rovinare le vostre vite…-

Il conte s’interpose al suo sfogo con tono perentorio, appoggiando sul dorsale di una sedia una mano ornata da un grande zaffiro rilucente.

-         No, signora, non ditelo nemmeno. Non è vostra la responsabilità di quanto è accaduto. La decisione di andarvene è stata, come dire, saggia e necessaria. Se non foste fuggita, forse adesso non sareste qui… e non potreste offrirci il vostro prezioso aiuto. Il sovrano è un uomo spietato e senza scrupoli che si circonda di persone abiette, accomunate dalla stessa sfrenata sete di potere. Il bene del regno occupa l’ultimo posto nei loro ambiziosi pensieri. Eppure …. qualcuno deve fermarli - decretò con vigore - o finiranno col distruggere quanto di buono rimaneva nel cammino illuminato, intrapreso dal nostro beneamato Carlo Emanuele III, malgrado  le zone d’ombra della sua reggenza. – fece una pausa significativa, la piega dura delle sue labbra dava a tutto il suo volto un’espressione inflessibile –  Un profondo senso di giustizia nei confronti del vero erede alla corona ci impone di non tacere.

-          Faccio appello alla vostra onestà…visto come stanno le cose adesso, solo voi avete il potere di gettare luce sugli aspetti poco chiari della vicenda….e di mettere la parola fine a questa storia infausta. Sempre che ne abbiate le prove? – nel suo tono interrogativo vibrava una nota di speranza.

Madame de Marguèry aveva taciuto tutto quel tempo gravemente assorta nei suoi pensieri. Fu con voce alterata dall’emozione che rispose:

-         Sì, conte, il vostro intuito non vi ha ingannato…conservo le prove di quella viltà. La regina mi rivelò, poco prima di spirare tra le mie braccia, la triste verità e ….mi consegnò una confessione scritta.  – un sospiro di sollievo accolse quelle parole. Florence proseguì più calma – Mi trovate d’accordo con voi su tutta la linea, anche se devo apportare una correzione alle vostre fiduciose previsioni, se non altro per un piccolo particolare, che mi sembra,  tuttavia, sensibilmente rilevante per completare il quadro. Temo non sia possibile confidare nell’eventualità di una sostituzione dell’impostore con il vero erede, per il semplice motivo che si trattò in effetti di una femmina….-

                              FINE DELLA PUNTATA

postato da stordite alle ore 20:20 | link | commenti
categorie: stordite, edr il romanzo

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Le Stordite vanno contro corrente perchè, pur sapendo usare il cervello, non hanno vergogna di dichiarare le loro passioni e le loro preferenze; si mettono in gioco,rischiando magari l'impopolarità,ma non venendo mai meno ai propri principi; hanno il coraggio di opporsi alle imposizioni perché non amano perdere la loro personalitá. Le Stolte invece, sono quelle che svengono confondendo un essere umano con una divinità oppure lo denigrano e cercano di trovare mille pretesti per dileggiarlo,ma sempre ignorando che dietro un nome ed una faccia esiste prima di tutto una persona Lo Stordimento quindi è un modo di vedere la vita, mai condizionato da stereotipi o schemi, ma sempre guidato dal sentimento,dal cuore. E infatti il nostro Club si prefigge proprio questo: fare, magari poco:l 'importante è che sia sempre il cuore a guidare le nostre azioni. per questo abbiamo scelto Adricesta e Ucodep,perchè il cuore porta dove c'è sentimento,voglia di vivere,amore!

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