Elisa scostò leggermente le cortine damascate e diede uno sguardo fuori dal finestrino.

L’aspro paesaggio montano cedeva gradualmente il passo ad uno scenario più dolce, in cui le morbide linee dei declivi piemontesi scomparivano a perdita d’occhio nella bruma evanescente del primo mattino.
Candide ragnatele di fumo si avvolgevano, in soffici spire, intorno ai tronchi degli alberi e tra i rami protesi, spegnendo i colori vividi dei boschi.
Alle loro spalle, al di sopra di quella nube vaporosa, svettavano, come per magia, i picchi aguzzi delle alpi, dove indugiavano immemori dispetti di neve, sfumati di rosa.
Ad un improvviso sbalzo della carrozza, Agnese emise un mormorio indistinto, smorzato dal sonno; la fronte delicata si aggrottò appena, le lunghe ciglia tremarono accennando ad aprirsi. La contessa accarezzò allora con una mano, la docile testolina ricciuta, adagiata sul suo grembo, cercando di prolungare il riposo inframmezzato della bimba.
Era riuscita, lei stessa solo a tratti, a sprofondare in un sonno leggero, disturbato dagli incubi e dalla postura poco confortevole.
Gettò uno sguardo distratto ai suoi compagni di viaggio: Amelia dormiva in una buffa posa, la bianca cuffietta di sghimbescio sulla testa reclina; Fabrizio perfettamente sveglio, non doveva aver chiuso occhio nemmeno per un istante. Di sotto le pesanti palpebre, le sue pupille inquiete seguivano le curve interrotte del paesaggio in movimento, attraversate, di tanto in tanto, da un cupo baluginio.
A dispetto dei suoi ripetuti tentativi di rassicurarla con atteggiamenti ostentatamente scanzonati, Elisa sapeva bene quale peso gli gravasse nel petto. L’ultima mano di quella insidiosa partita si prefigurava più complicata del previsto, le vite di molte persone rischiavano di essere spazzate via in un gioco fatale, senza esclusione di colpi.
Appena i loro sguardi s’incrociarono il conte atteggiò la piega dura delle labbra ad un sorriso forzato:
- Ci siamo quasi, ormai- disse con voce stanca – dovremmo essere a casa tra poco più di un giorno, sei riuscita a riposare un po’? – chiese.
- Non molto, in verità…-

Egli allungò una mano a sfiorare la guancia paffuta della piccina – Siamo riusciti, quanto meno, a preservare i suoi sogni…invidio la spensieratezza dei bambini. – un’espressione colma di tenerezza gli accendeva lo sguardo.
- Fabrizio? – la nota, interrogativa ed allarmata a un tempo, nella sua voce era troppo chiara per poter essere ignorata – egli volse appena il capo e le prese una mano.
- Si? - chiese sorridendo ancora – cosa posso mai fare per la principessa più bella del reame?-
Il tentativo di sviare il discorso fu vano, almeno per quella volta; una ruga appena accennata si delineava sulla fronte di Elisa che proseguì ignorando la battuta scherzosa:
- Fino ad ora è stato relativamente semplice superare i controlli senza complicazioni, ma adesso….in Piemonte il nostro volto è assai noto, come faremo a raggiungere Rivombrosa senza essere riconosciuti? –
La tempestiva risposta del conte sembrava essere il frutto di interminabili ed accurate riflessioni:
- …Il mio lasciapassare fasullo continuerà, semplicemente, ad essermi utile.Vedi amor mio, ritengo che sia più saggio per me, interpretare il ruolo del fantasma ancora per un po’. Dubito fortemente che il re sia stato così stolto da rivelare pubblicamente i particolari imbarazzanti di questa vicenda…avrebbe dovuto spiegare la ragione per cui un eroe così acclamato nel vecchio regno, sia improvvisamente divenuto un pericoloso nemico della corona… e quindi …ammettere agli occhi di tutti la sua incapacità di liberarsi di una pedina tanto scomoda …. No - giocherellò distrattamente con i guanti - presumo che continuerà ad ignorare ufficialmente la mia presenza, e ad agire nell’ombra come gli è più congeniale, a meno che – il suo sguardo si fece d’un tratto curiosamente fisso -…io stesso non lo obblighi
- a prendere atto della mia esistenza…Come puoi notare essere uno spettro ha i suoi vantaggi! - un sorriso sardonico gli increspò le labbra.

- Sembri avere un piano ben preciso…! -
- No, non così preciso. Direi piuttosto.. azzardato. Tuttavia non mi rimane altra scelta, sono costretto a fidarmi del mio intuito, sperando che non mi tradisca proprio ora…- si accarezzò il mento con aria assorta.
- Continuo a pensare che qualcosa non quadri. Sembri dimenticare che io, Fabrizio, non sono un fantasma…ed il nome della contessa Ristori potrebbe rivelarsi un fatale campanellino d’allarme al prossimo controllo…-

- Anche in questo caso, Elisa, è un rischio che dobbiamo correre…- terminò la frase con un tono pericolosamente vago. La donna si soffermò a riflettere:
- C’è una cosa che vorrei chiederti. Prima di raggiungere Rivombrosa, sento l’esigenza di fare un’altra tappa…. So che prenderà del tempo e che tu sei impaziente di riabbracciare…-
Il conte levò la mano in un gesto di resa:
- Cominciavo a chiedermi già da un po’ quando ti saresti decisa a dirlo.- sorrise accondiscendente – Credo sia giusto così, Elisa, ci fermeremo prima da tua “madre,” così che tu… abbia modo di trovare una risposta per tutti i quesiti irrisolti.-
La fissò a lungo in modo tenero e penetrante - Tu vieni prima di qualunque altra cosa…-
Elisa era incapace di parlare per l’emozione che le stringeva la gola, lo guardò a lungo commossa e quello sguardo fu più eloquente di tante parole. Chissà come, egli riusciva sempre a sorprenderla anticipando ogni suo desiderio, indovinando ogni suo segreto pensiero. Avrebbe voluto gettarsi tra le sue braccia ma si rese conto che la situazione contingente non concedeva spazio a tali slanci. Improvvisamente uno scossone più violento degli altri causò il brusco risveglio di Amelia ponendo fine a quel fugace momento d’ intimità.
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Quando vide uno dei suoi lacchè intento a sistemare sulla carrozza due grosse valigie, di provenienza ignota, il conte d’Anvau, leggermente sorpreso, pretese circostanziati chiarimenti.
- Sono della signora, vostra signoria- spiegò l’uomo tradendo una certa insofferenza.
- Signora, quale signora? –
Non fu necessaria alcuna risposta, a risolvere l’enigma bastò l’apparizione di Mme de Marguéry ai piedi della grande scalinata. Indossava un graziosissimo cappello annodato sotto il mento con nastri color giunchiglia e portava un frivolo manicotto di piume che si sollevavano ad ogni lieve soffio di brezza; sul suo viso, però, si leggeva un’espressione irremovibilmente determinata.
- Oh, bene, pare sia infine tutto pronto! – esclamò.
- Mi guarderei bene dall’essere scortese, signora – disse il gentiluomo inchinandosi – ma credo che il conte sia stato abbastanza chiaro quando ha espresso il desiderio che voi restaste qui, al sicuro da tanti pericolosi giochi di potere! –
La gentildonna gli rivolse uno sguardo di sfida mascherata da un tono capricciosamente salottiero:
- Ho deciso che verrò con voi, conte, detesto l’inattività, ancorché sicura da rischi ed insidie. Preferisco di gran lunga l’avventura. –
Il conte la osservò imbarazzato, quella temibile dama dalla vocina soave, aveva tutta l’aria di fare sul serio.
- Insisto…il conte potrebbe sollevare obiezioni! - ribatté in un ultimo debole tentativo.
- Bazzecole, conte d’Anvau, la mia presenza è, invece, indispensabile! Il conte Ristori si sarà sicuramente servito di un lasciapassare a vostro nome. Vedete bene, quindi, che non avete altra scelta, dovrete rassegnarvi, per un po’, ad interpretare il ruolo di mio marito …saremo monsieur e madame de Marguéry in viaggio per il Piemonte…- concluse con un tono che non ammetteva repliche.

- E sia…le vostre argomentazioni hanno finito col piegare ogni mia resistenza – sospirò il conte tra il serio e il faceto – pare io sia destinato a non venire ascoltato…- e lanciò uno sguardo allusivo a monsieur Bénac, il cui volto di un pallore diffuso, appariva attraverso il finestrino.
- Cosa aspettiamo, dunque, non perdiamo altro tempo, signore, la strada è lunga! –
Egli si fece da parte per cedere il passo alla battagliera gentildonna, quindi l’aiutò a salire in carrozza.
– Una ben strana compagnia, non c’è che dire…- disse quasi a se stesso, scrollando il capo.

La campagna appariva vuota e solitaria nel limpido silenzio primaverile. I giochi leggiadri di Agnese erano l’unica nota gaia a scandire il percorso sconnesso, contrapponendosi all’atmosfera di tensione mal dissimulata che regnava nell’abitacolo.
Il sole più caldo del mattino inoltrato, aveva, via via, diradato la foschia delle prime ore dell’alba, restituendo il loro fiero splendore ai colori dei pascoli e dei boschi. Dopo un lungo tratto di prati scoscesi Fabrizio intravide, a una certa distanza, delle figure imprecise delinearsi sullo sfondo trasparente del cielo. Man mano che si avvicinavano, il suo sguardo riusciva a distinguere, in modo sempre più nitido, una folla nutrita raccogliersi intorno a qualcosa che doveva aver calamitato l’interesse generale.
Ovunque imperava lo scarlatto delle divise francesi, macchie accese che gettavano nell’ombra i colori opachi degli umili abiti contadini.
Nessuno prestava attenzione alla carrozza in quel momento, e la confusione pareva offrire ai nostri eroi una provvidenziale opportunità di eludere la sorveglianza dei soldati e allontanarsi indisturbati. Senonché, un temporaneo disgregarsi della calca rivelò un’immagine raccapricciante di donna innaturalmente riversa sull’argine del fiume. Il conte ordinò immediatamente al cocchiere di fermarsi e si sporse per guardare meglio.

I capelli grigi dell’anziana contadina ne incorniciavano il volto cereo in ispide masse scomposte, che la corrente aveva modellato. Tutti i suoi lineamenti apparivano contratti in una spaventosa maschera di orrido stupore, dove gli occhi, spalancati a dismisura, formavano due pozze angoscianti. Dei segni profondi ed inequivocabili, alla base del collo, lasciavano ampiamente intuire quale morte tremenda avesse estinto l’ultimo respiro della vittima. Non fu che un istante, poi la moltitudine richiuse il sipario sulla scena di quel crimine inspiegabile, la cui visione contribuì ad insinuare altri cupi presagi nell’animo già greve dei passeggeri.
Lo sguardo del conte percorse furtivamente la radura, tenendo sempre sottocontrollo i soldati, e si posò infine su un giovane pastore intento a radunare le sue pecore sparpagliate qua e là, non lontano dal tiro di bai, che scartarono lievemente impauriti. La mano del gentiluomo, nel guanto finemente lavorato, fece un cenno imperioso e il ragazzo avanzò, con molta esitazione, rispondendo al suo richiamo:
- Ehi ragazzo, sapresti dirmi cosa è accaduto laggiù ? – e fece un gesto in direzione del fiume.
Il giovane gli restituì uno sguardo stralunato e rimase a fissarlo con la bocca curiosamente spalancata. Fabrizio trasse dalla tasca una grossa moneta d’argento e la fece scintillare alla luce del sole, sotto gli occhi dell’altro, che si leccò avidamente le labbra:
- Qualcuno ha strangolato una donna nei pressi del fiume, Vossignoria…le guardie stanno interrogando la gente del luogo, col vostro permesso Vossignoria!-
- Tutto qua? Non sai proprio dirmi nient’altro?- il conte si rigirò la moneta in mano con un gesto eloquente. Il giovane deglutì:
- E’ tutto quello che so, Vossignoria, e …che la donna abitava nel villaggio vicino, e…che si chiamava Domenica Boccardo, pare. Non so veramente nient’altro, Vossignoria –
- Credo che possa bastare. Va bene, ragazzo, ti sei meritato il compenso – egli sorrise e lanciò la moneta da venti soldi al giovane che l’afferrò prontamente, inchinandosi al gentiluomo.
La carrozza si inoltrò subito nel fitto di un boschetto di conifere riuscendo a sfuggire miracolosamente all’attenzione distratta degli ufficiali, quindi imboccò un tortuoso sentiero fuori mano. I passeggeri tacevano all’interno dell’abitacolo, ognuno riflettendo tra sé in merito a quell’evento infausto e formulando mentalmente ipotesi e interrogativi. Infine Amelia proruppe in un’esclamazione sconcertata:
- Vergine santissima, non riesco a levarmi dalla testa quella povera donna…ma che succede da queste parti? – si portò le mani al volto.
Il conte osservava pensosamente di là dai vetri:
- Si tratta di un episodio alquanto spiacevole…e molto singolare – trasse un profondo respiro quindi cambiò bruscamente discorso – Per questo sentiero allungheremo un po’, ma potremo muoverci riducendo i rischi. Tutte le strade principali saranno pattugliate. – osservò, già proiettato verso progetti futuri.
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Il villaggio di Rivombrosa era una manciata armoniosa di casupole in pietra grigia raggruppate intorno alla piazza del mercato, di forma rettangolare e con un selciato a ciottoli larghi e irregolari. Al centro vi troneggiava una coreografica fontana, anch’essa di pietra grigia, dove i contadini attingevano l’acqua per il consumo quotidiano o facevano sostare le bestie assetate nel vicino abbeveratoio.
Sul lato sinistro della piazza, leggermente arretrata rispetto alle altre abitazioni, si trovava la chiesetta intonacata di bianco, con il suo grazioso campanile quadrato che sembrava gettare uno sguardo benevolo sul paese e sulla vallata, e in cui l’allegra campana chiamava alle funzioni gli abitanti, con la sua voce argentina.

Il lato destro della piazza, invece, era delimitato dalle botteghe degli artigiani serenamente indaffarati nelle loro consuete attività giornaliere, e da una vecchia locanda, la cui insegna arrugginita ondeggiava pigramente, cigolando ad ogni soffio di vento, e inalberando la scritta “La Torre merlata”.
Il cocchiere arrivò percorrendo tranquillamente la stradetta perpendicolare alla piazza e si fermò accanto alla chiesa per cedere il passo all’alacre viavai di paesani che la occupavano.
Da quel punto in poi non sarebbe stato più possibile procedere in carrozza, così i nostri viaggiatori si accinsero a coprire a piedi la breve distanza che li separava dall’umile abitazione della famiglia Scalzi, incaricando il cocchiere ed Amelia di attendere, assieme alla piccola. Un gruppo di ragazzette in abiti di tela ruvida si radunò a chiacchierare fitto, fitto sotto il vecchio portico, lanciando occhiate curiose agli eleganti viandanti, un po’ fuori posto in quell’industrioso scenario contadino.
Era giorno di mercato e la piazzola gremita risuonava delle voci dei paesani e degli avventori
provenienti dai villaggi vicini, occupati ad esaminare la merce ed a mercanteggiare sui prezzi.
Di tanto in tanto lo scalpitio degli zoccoli di un cavallo sul selciato, o il clangore di un martello che batteva sull’incudine, inframmezzava quel vocio confuso, con il suo stridore stonato.
I nostri eroi, gli ampi cappucci calati sul volto, si fecero largo tra la folla scansando con destrezza qualche raro ufficiale, che si mescolava alla moltitudine. Elisa socchiuse gli occhi e si concentrò per un attimo sugli odori ed i suoni familiari che la avvolgevano.
In capo a pochi minuti lei e Fabrizio furono davanti al piccolo portone di legno d’abete, che il sole e le intemperie avevano eroso implacabilmente: ella batté tre colpi decisi e attese che qualcuno venisse ad aprire, in uno stato d’animo curiosamente incerto tra lo sgomento e la trepidazione.
La tendina di tela colorata, alla finestra, si spostò appena, in un rapido balenare, lasciando intravedere l’occhiata circospetta di Orsolina che ispezionava i visitatori. Un grido soffocato seguito dal lesto schiudersi dell’uscio accolse quell’arrivo inaspettato. Elisa e Fabrizio furono introdotti e la porta venne richiusa, d’un gesto bizzarramente fulmineo, alle loro spalle.
All’interno della stanza, che costituiva l’unico ambiente della semplice abitazione, regnava un insolito disordine d’insieme. Fagotti di indumenti giacevano alla rinfusa sul letto e sulla tavola, oggetti dimenticati indugiavano in vari punti, testimoni di un’attività febbrile che la visita aveva interrotto.
Gli occhi della “madre” e della “sorella” fissamente sbarrati, erano rivolti a Fabrizio, sui loro volti pallidi un’espressione di assoluta incredulità.
Il conte fece un inchino ostentato a sottolineare il lato comico della situazione, perfettamente conscio dello sconvolgimento che doveva suscitare la sua presenza sulle due donne, ignare degli ultimi risvolti.
- Servo vostro, signore – sorrise ironicamente – per quanto mi senta profondamente lusingato da tanta estatica ammirazione, la mia innata modestia tende a stupirsi dinanzi ad un’emozione così intensa, immeritata, vogliate crederlo! –
La madre di Elisa dovette aggrapparsi saldamente allo schienale di una sedia per non svenire.
- Ma…ma, come può essere mai possibile…- furono le uniche parole che riuscì ad articolare.
Elisa ritenne giunto il momento di intervenire:
- Non temete, non si tratta affatto di un fantasma… – le rassicurò – Per quanto immagini l’impressione che debba farvi vedere Fabrizio perfettamente in salute, dopo averlo creduto morto per anni. – fece una pausa – Sedetevi vi prego, immagino che vorrete conoscere la strana vicenda che ha riportato mio marito in vita – indicò le sedie.
Elisa si sedette a sua volta e prese a narrare della sparizione strategica del conte, cercando di tacere, dove era possibile, alcuni dettagli legati al complotto. Mentre le due donne ascoltavano rapite e
interessate la voce cantilenante di Elisa, il loro incarnato andava gradualmente riacquistando un colore più naturale.
Fabrizio, invece, si soffermò appena sulle parole del racconto,via via che i suoi occhi si abituavano alla penombra della stanza, qualcos’altro attirava il suo interesse. La scompostezza della stanza suggeriva, in effetti, in modo sempre più esplicito allo sguardo di un osservatore attento, quale lui era, l’idea di una partenza improvvisa, così tanto da apparire una fuga.
Un pensiero martellante cominciava a farsi strada nella sua mente sagace, sebbene non riuscisse a far combaciare tutti gli elementi in suo possesso; dei particolari, indubbiamente, sfuggivano ancora al suo controllo. Si appoggiò al dorsale oscillando avanti e indietro un piede elegantemente calzato:
- Sembra che la nostra presenza abbia interrotto qualcosa di estremamente importante – un gesto vago abbracciò l’intero ambiente – eravate forse sul punto di partire? – disse sfoderando una ben studiata indifferenza.
Aveva colto nel segno. Le guance della madre di Elisa avvamparono d’imbarazzo, lo sguardo di Fabrizio si fece penetrante come la sua mente.
- In verità…- la donna si diede con grande passione ad aggiustarsi la gonna - io ed Orsolina stavamo solo mettendo un po’ d’ordine – concluse, perfettamente consapevole di quanto poco convincente dovesse apparire la sua spiegazione.
Elisa si riscosse, la domanda di Fabrizio aveva posto l’accento su un particolare che fino ad allora le era parso trascurabile. Un’ idea non dissimile da quella di Fabrizio dovette insinuarsi tra i suoi pensieri. Afferrò con veemenza la mano di sua madre:
- Mamma…perché fuggite? Che accade? – le sue parole erano state sorprendentemente dirette. La donna, con le spalle al muro, annaspava alla ricerca di una risposta plausibile:
- Fuggire? – la sua voce suonava in modo curiosamente stridulo – Cosa ti fa pensare che fuggiamo? E poi, da cosa mai dovremmo fuggire? – esclamò evitando il suo sguardo.
Un grufolare improvviso frammisto ai brani di una canzone urlata a squarciagola li raggiunse. Quasi a riprova dei sospetti suscitati la popolana tese l’orecchio.
- Madre, ti supplico – insisté Elisa. La nota risoluta nella sua voce e nei suoi occhi non poteva, né intendeva essere ignorata – non nascondermi più nulla…io…io so! – concluse in un soffio.
L’anziana donna liberò la mano dalla stretta come scottata da quel contatto, una ciocca di capelli si era liberata dallo chignon e le ricadeva sulla guancia pallida, guardò di soppiatto Orsolina e cercò di ricomporsi:
- Sai? – ripeté con voce incrinata – Che cosa mai credi di sapere?-
Dopo aver esitato a lungo in preda alle più struggenti ambasce, Elisa si sentiva animata da una nuova, coraggiosa determinazione. Le due donne rimasero gli occhi negli occhi, come in attesa. Orsolina, che avvertiva disorientata la tensione palpabile nell’aria, rimase incerta ad osservare la madre e la sorella.

Fabrizio parve riflettere su quale pretesto potesse distogliere l’attenzione della ragazza e prese a guardarsi intorno momentaneamente privo d’ispirazione: lo spazio esiguo che li circondava non offriva il fianco a nessuno spunto adeguato. D’un tratto, una luce improvvisa gli illuminò lo sguardo:
- Dimmi Orsolina – s’interpose con un tempismo perfetto proprio mentre la ragazza schiudeva le labbra sul punto di articolare qualcosa – sono sempre stato curioso di saperne di più dell’occupazione di vostro padre…i trucchi del suo mestiere non mancano indubbiamente di fascino – sorrise fingendosi interessato.
Orsolina levò su di lui uno sguardo stralunato, faticando a concentrarsi sull’improvvisa nota stonata di quella domanda.Tuttavia era troppo ben educata per lasciar trapelare il suo disappunto:
- Abbiamo conservato l’occorrente sul retro, nel capanno degli attrezzi che si trova accanto alla legnaia, assieme a tutti gli altri cari ricordi… - rispose.
- Oh, bene – esclamò - se non ti dispiace accompagnarmi, vorrei darci un’occhiata – insisté con ben simulato candore.
La ragazza rassegnata, spostò infine la sedia nell’atto di alzarsi e Fabrizio trasse un profondo sospiro di sollievo. Mentre si allontanavano, egli indugiò per un lungo istante sulle due figure che rimanevano a fronteggiarsi in un silenzioso duello, quindi si richiuse la porta alle spalle.
Elisa riprese a parlare con irremovibile fermezza:
Non serve più a nessuno mentire – aveva ritrovato la pacatezza che la contraddistingueva, pure, vi era un eco d’accusa nella sua voce - credo sia giunto il momento di essere franche. O rischiamo di compromettere quel che resta del nostro legame ..!-
- Quel che resta? Le tue parole sono dure, figlia mia – incassò l’affondo disarmata.
- No…non figlia.- non intendeva retrocedere di fronte allo sguardo inerme dell’altra - Sai fin troppo bene come stanno le cose! In nome di Dio …perché mi hai tenuto nascosta una verità così importante?-
Se fino a quel momento poteva ancora sussistere nell’anziana donna qualche dubbio sull’entità delle scoperte della giovane, quell’ ultima affermazione fu sufficiente a fugarlo:
- Come hai fatto a scoprire la verità…?- chiese in cerca di un appiglio - Chi ti ha detto…? -
- Ormai non ha più alcuna importanza come, non pensavi forse che avessi il diritto di sapere? – vi era un tono astioso nella sua voce, una luce di sdegno le accendeva lo sguardo. Sembrava attingere nuova forza dalla vulnerabilità dell’avversaria.
- Ora ti è facile giudicare, ma… non puoi nemmeno immaginare quanto mi sia costato tenere tutto per me, così a lungo, io e tuo “padre”…o quello che tu hai sempre creduto lo fosse, abbiamo ritenuto più saggio continuare a vivere le nostre esistenze, fingendo, illudendoci che il passato non fosse mai esistito…-
- Forse non ti rendi conto di quello che dici!- gridò in uno slancio di furore, quindi tacque cercando di ritrovare la calma - Non si può sfuggire al passato…l’ho imparato a mie spese: La mia vita sta crollando poco a poco, e non è che un’ inevitabile conseguenza di quel passato che tu volevi dimenticare. I complotti, la sparizione di Fabrizio tutto è pericolosamente collegato… -
Tacque ansante, poi non le rimase che aggiungere gli ultimi tasselli manchevoli al mosaico, lasciando sua madre stravolta. Oltre la cortina di rabbia che le ottenebrava il cervello, Elisa riuscì finalmente a vedere di fronte a sé quello che restava della donna che aveva creduto sua madre, contemplò il suo volto sfatto, senza difese, e ne ebbe compassione. La sua voce divenne più dolce:
- Persino tu, lo so bene…continui a piangerne le conseguenze….da cosa fuggi? - insisté
La donna si alzò con gesti infinitamente lenti, come se un insopportabile peso la schiacciasse impedendole i movimenti, eluse ancora l’ultima domanda, ancorata ad altri pensieri:
- Anni fa, quando ero poco più che una bambina…le attenzioni del re mi apparvero lusinghiere.

La sua voce era mutata, appena riconoscibile, sembrava persa nel suo ricordo lontano – Lui… era così bello, così elegante …fu inevitabile innamorarsi… e ancora più inevitabile…cedere alle lusinghe. – il modo in cui trascinava le parole rivelava quanto le costasse quella confessione – D’altro canto sarebbe stato impensabile dire di no al sovrano, ma lui…non lasciò mai intendere che ciò che seguì fosse un’imposizione. Per un po’ vissi la mia favola meravigliosa, romantica, finché …non mi svegliai bruscamente! –
si volse a guardare quella che aveva allevato e amato come una figlia, uno sguardo supplice negli occhi velati di lacrime – Anni dopo, quando ti vidi vacillare, sensibile al fascino del conte, pensai che un destino crudele perseguitasse la nostra famiglia, pensai che fosse colpa mia…ma tu..fosti più accorta di me. Tu SEI diversa!
- Mamma … - quell’invocazione le era uscita dalle labbra d’impulso – io non sono diversa, io sono quello che tu hai fatto di me, i tuoi insegnamenti hanno sempre influito sulle mie scelte, sul mio contegno. Tu sei stata quello che ogni figlia avrebbe mai potuto desiderare… una buona madre…! – erano parole serene, che le nascevano dal profondo del cuore. Si scoprì a constatarne la profonda verità. Lo sguardo grato che vide negli occhi della donna la ripagò del suo slancio:
- Davvero? – e tese una mano esitante in un tacito invito.
Un rapido fruscio di seta tradì il movimento improvviso di Elisa che veleggiava verso la madre, l’altra diede in un singhiozzo convulso. La figlia la strinse con rinnovata intensità, sentendo sgretolarsi il muro di diffidenza e di riluttanza che aveva eretto dentro di sé. Ora non vedeva, davanti a sé, che un’altra vittima della fragilità umana e delle assurde regole di una società sbagliata, fondata su dei privilegi nobiliari ingiusti e oltraggiosi. Comprendeva d’un tratto quanto
lei fosse stata fortunata. Solo l’amore di Fabrizio l’aveva preservata dalle conseguenze disastrose di una relazione illegittima, la sua integrità morale gli aveva impedito di esporla al ludibrio del giudizio sociale. L’aveva amata senza riserve, incurante della sua estrazione contadina. Sapeva quanto gli era costato quel passo, eppure il sentimento che li univa acquistava più valore, era più puro, proprio per aver comportato tante rinunce, tanti sacrifici. Emerse bruscamente dalle sue riflessioni, le lacrime di sua madre le bagnavano il collo, le cinse la vita con un braccio e la condusse ad una sedia attendendo che si fosse quietata. La madre ricominciò a parlare, sentendo che finalmente poteva liberarsi del pesante fardello che l’aveva oppressa per anni:
- Quella notte il re…mi costrinse a quello scambio infame. Fu come se una lama mi trapassasse da parte a parte. Poi il dolore si attenuò …grazie a te…Non avevo mai visto una bimba così bella in tutta la mia vita, i tuoi occhietti svegli sembravano soppesare ogni cosa con il loro giudizio implacabile. Eri lì e mi sorridevi, ignara di tutto…indifesa….non chiedevi che di essere amata. Riversai su di te tutto il mio amore disperato…senza limiti, senza riserve, e quell’amore mi salvò dalla follia. Dio me n’è testimone, ti amai come solo una madre può amare una figlia..come se io stessa ti avessi generato alla luce !-
Le due donne rimasero a lungo, l’una tra le braccia dell’altra, nella semioscurità della stanza, mentre i confini tra le loro identità si dissolvevano dolcemente. Quindi Elisa sollevò uno sguardo velato e lo fissò in quello della madre., un’altra domanda le saliva alle labbra.
- Il re sapeva…chi ero?-
- Per molto tempo ignorò dove vivevamo, dimenticò… volle dimenticare la nostra esistenza. Vedi ci eravamo trasferiti in alcuni poderi nei pressi di Venezia, era stato lui ad ordinare il nostro allontanamento…fu generoso, ci diede una discreta somma di denaro affinché potessimo rifarci una vita altrove. Tuttavia …dopo qualche anno la tremenda epidemia di malaria che si abbatté su quelle terre ci indusse a tornare. Pensavamo che nessuno si sarebbe più occupato delle nostre vite insignificanti. Poi …quando tu destasti quello scandalo, attirando su di te l’attenzione e il disprezzo generale, egli cominciò a sospettare, seppe. Venne a trovarmi una sera d’inverno, ricordo che ero intenta a rammendare accanto al fuoco quando arrivò in incognito, Orsolina era andata ad attingere l’acqua alla fontana, come ogni sera. Non dimenticherò mai il suo sguardo. Non era più il sovrano altero e preso di sé che avevo conosciuto tanti anni prima, era semplicemente un uomo, stanco e invecchiato ….che mi parlava con il cuore in mano. La passione profonda che avevo provato per lui si risvegliò. Volle sapere di te, della tua vita e sembrò provare atroci rimorsi, profondi rimpianti per il passato…poi andò via. Non vi fu nessuna minaccia, nessuna raccomandazione, il pensiero che io avrei potuto svelare il segreto che ci accomunava non lo sfiorò nemmeno…e non si sbagliava. Quella fu l’ultima volta che ebbi modo di parlargli…-
- Tuttavia si guardò bene dal rendermi giustizia agli occhi del mondo – un povero sorriso amaro si dipingeva sul volto di Elisa – la sua immagine, il suo prestigio erano più importanti di me….mi voltò le spalle ancora una volta! – proruppe con voce indignata.
- Io sono riuscita a leggere qualcosa di diverso negli ultimi anni della sua vita…egli cercò di riavvicinarsi a te a modo suo… il tuo gesto eroico non fu che un’ulteriore conferma della tua grande nobiltà d’animo …ricordi ti trattava con tutti gli onori, eri speciale ai suoi occhi. Il fatto che avevi sposato un conte doveva in parte aver messo a tacere i suoi scrupoli di coscienza. Il titolo nobiliare …fu l’ultimo dono che un sovrano poteva concedere a una sua figlia non riconosciuta, senza esporsi, senza macchiare il proprio nome. –

Un silenzio greve si fece tra loro. Elisa rifletteva sulla verità di quelle parole, eppure faticava a trovare la forza di perdonare la memoria di suo padre. La voce stanca dell’anziana donna la riportò al presente:
- Credo che questo rimorso abbia contribuito a portarlo alla morte..!
Elisa alzò gli occhi di scatto, un altro pensiero le indugiava nella mente. Esitò qualche attimo prima di infliggere quello che, sapeva bene, sarebbe stato un colpo letale:
- No…non il rimorso. Suo figlio….tuo figlio. Il re Vittorio Amedeo..ha commissionato la morte del Re – sibilò.
- Egli…non può essere stato capace di tanta perfidia..- si coprì il volto con le mani.
- Non mentire a te stessa, sai bene di cosa è capace…perché fuggivi? -
Erano infine tornate all’interrogativo irrisolto che aveva scandito l’intera conversazione:
- La levatrice…- ebbe solo il tempo di dire.
Anche per quella volta sembrava che quella domanda fosse destinata a rimanere senza risposta. Dei pesanti colpi vibrarono alla porta. Una voce imperiosa tuonò dall’esterno rimbombando nella stanza, i colori delle giubbe dell’esercito saettarono attraverso le tendine semichiuse:
- Aprite, in nome del re! -
Sua madre levò uno sguardo smarrito da animale braccato:
- Elisa devi scappare, se ti trovano qui… E’ me che vogliono…Fuggi! -
- Perché, che cosa sanno….rispondimi! – la scosse con veemenza senza ottenerne risposta.
La porta crollò dietro le spinte possenti dei soldati. Sul vano apparve la figura sdegnosamente altera del consigliere del re.
Percorse con un rapido sguardo lo spazio intorno a lui, si fermò un attimo sulla contessa, inarcò impercettibilmente un sopracciglio sorpreso, poi tornò sulla popolana:
- Vi dichiaro in arresto per l’omicidio di Domenica Boccardo…-
Elisa sussultò, ebbe l’impressione di aver già sentito quel nome, le ci volle qualche istante per ritrovare il dato nella memoria. Si trattava della donna che giaceva strangolata sull’argine del fiume e che avevano visto al loro passaggio. Ma non comprendeva che cosa mai potesse avere a che vedere con sua madre. L’anziana donna deglutì a fatica, pallida come un cencio:
- Non avrei mai potuto…sono stata sempre qui… è accaduto a più di un giorno da…- lasciò la frase in sospeso rendendosi conto che quelle parole l’avevano tradita.
Erano riusciti ad incastrarla. Un sorriso crudele apparve sulle labbra sottili del marchese Montiglio:
- Bene, bene, vedo che la notizia dell’assassinio non vi giunge nuova, non negate quindi nemmeno di aver conosciuto la vittima! –
La donna lanciò uno sguardo furtivo alla porta sul retro, il gentiluomo sembrò cogliere il moto inconsulto:
- Abbandonate l’idea di fuggire, buonadonna – pronunziò quell’appellativo sottolineandolo quel tanto che bastava per farne un insulto -…la casa è circondata dalle guardie! –
Gli occhi del marchese indugiarono nuovamente su Elisa, che era rimasta paralizzata fino a quel momento.
- Guarda, guarda cosa abbiamo. Contessa Ristori, cosa vi porta dunque da queste parti? Vi pensavamo dalla vostra parente, a Lione. In verità cominciavamo a chiederci quando, infine, ci avreste rallegrato con il vostro ritorno - disse con evidente sarcasmo – la vostra presenza qui è alquanto sospetta, avrete la bontà di seguirci, così potremo verificare quanto sia in realtà casuale! – uno strano luccichio gli illuminava lo sguardo.
Inaspettatamente la porta sul retro si aprì , in uno schianto stridente, come sospinta da una folata di vento. Apparve dinanzi a loro, nel circoscritto quadro di luce della cornice, l’immagine inappropriata di un’imponente scrofa che grufolava imbizzarrita. A quella vista, il marchese Montiglio, disorientato oltre ogni dire, non mancò di portarsi, con eleganza, un fazzoletto profumato alle narici. Sembrava, d’altronde, che l’animale adducesse il gruppo a pretesto delle sue ire; indugiò brevemente, quindi si lanciò alla carica nella mischia, come se qualcuno l’avesse aizzato con un gatto a nove code.
I soldati sembrarono dimenticare la ragione solenne che li aveva condotti in quel luogo; si scansarono inorriditi da quel bolide inferocito, catapultatosi verso di loro come una palla di cannone, e finirono assai poco dignitosamente a gambe all’aria. D’un tratto, tuttavia, il suino arrestò la sua corsa, distratto da alcune patate che erano rotolate a terra nell’urto. Tutto accadde nella frazione di qualche secondo.
D’altronde, era quanto il conte Ristori aveva astutamente previsto. Immobile, padrone di sé e in perfetto equilibrio sull’architrave, egli sovrastava maestosamente il gruppo, un sorriso beffardo dipinto sul volto; attendeva il momento giusto per lanciarsi. L’acciaio della sua spada lampeggiò brevemente alla luce del sole.
Dal lucernaio dischiuso penzolava una grossa fune, la cui estremità era saldamente stretta nella mano del nostro eroe, a suggerire a chiunque levasse accidentalmente lo sguardo, il modo rocambolesco in cui egli contava di portare a buon fine quel mirabile progetto.
Il caso volle, naturalmente, che fosse la nostra eroina a sollevare lo sguardo dei suoi occhi da gazzella. Occupata nella difficile impresa di appropriarsi di uno schioppo che indugiava occasionalmente alle sue spalle, ella scorse l’ombra felina in agguato e ne ebbe un violento tuffo al cuore. Lui era lì, i muscoli contratti per la tensione, splendido in quella posa scattante.
Animata da un nuovo ardimento, imbracciò l’improbabile arma e la puntò risolutamente contro la tempia del marchese:
- Deponete le armi, marchese, e ordinate immediatamente ai vostri soldati di fare altrettanto!–
Un fremito di sdegno fece tremare le labbra di sua signoria il marchese Montiglio:
- Cosa credete di fare, contessa Ristori, rischiate solo di rendervi ridicola …- la sprezzante alterigia con cui parlava fece rabbrividire la popolana, non sicuramente la nostra eroina, che continuò a rimanere impassibile - sapete bene che la casa è circondata dalle guardie, non riuscirete mai a farla franca da sola e con quell’ arnese inverosimile! –
Una voce sarcastica riecheggiò nell’aria al di sopra di loro:
- Vi sbagliate marchese, non da sola…-
Il consigliere di Sua maestà levò lo sguardo e s’irrigidì, aveva sentito fin troppo parlare della leggendaria figura del conte per non riconoscerne i contorni, nel temibile avversario che lo dominava dall’alto. Non fece in tempo a proferire sillaba che l’altro, d’un balzo, gli fu di fronte, la lama affilata contro la sua gola e gli occhi gelidi in una maschera impenetrabile. Per un attimo i due si affrontarono in silenzio.

- Sono desolato di correggervi – ripeté alla fine il conte, imperturbabile – la contessa è accompagnata da uno spettro …sempre che abbiate l’ingenuità di credere ancora ai fantasmi! - un ghigno ironico gli contrasse la bocca.
- Siete dunque il conte Ristori…? – la domanda era retorica.
- Non ho alcun motivo di dubitarne, marchese Montiglio – il nome suonò come un insulto velato.
- Rischio di ripetermi, conte, non avete scampo: la casa è circondata…! – la frase rimase in sospeso sulle labbra contratte.
- Ne siete così certo? Mi rincresce dovervi disilludere ancora una volta, consigliere, purtroppo temo che le vostre guardie siano state, momentaneamente, rese inoffensive! –

- Che ne avete fatto, ribaldo…? – sibilò.- Fossi in voi starei molto attento a soppesare le parole. Non mi sembra siate nella posizione di insultare chicchessia. –
Mentre parlava si serviva di una grossa corda per immobilizzare le mani del marchese, quindi passò a legare e imbavagliare i soldati che non si erano ancora del tutto ripresi dallo stupore – vedete, io, al contrario di quanto vi riguarda, non sono affatto un assassino! –
- Cosa credete di ottenere con questa messinscena da farsa, conte! Ricordate, se mi lasciate in vita starò sempre un passo dietro a voi: pagherete questo affronto !– la minaccia vibrò, sospesa nell’aria per qualche secondo.
Il conte lo degnò appena di uno sguardo, levando un sopracciglio divertito quindi si affrettò a completare la sua opera certosina : quando ebbe terminato il marchese penzolava dal soffitto in una postura assai grottesca, con un bavaglio a sigillargli le labbra. Il suino sembrò emettere un grugnito di soddisfazione.
- Per una volta, amico mio, sarete voi a rendervi ridicolo –
Si diresse alla porta sul retro accompagnato dalle due donne esterrefatte – Ah…quasi dimenticavo! Non mancate di consegnare questo, come definirlo…degno esemplare a Sua
Maestà – già con la mano sulla maniglia, indicò la bestia che grufolava rosicando le patate sparse sul pavimento – con gli omaggi del conte Ristori! –
E, dopo un profondo inchino, si richiuse tranquillamente la porta alle spalle lasciando sui volti delle vittime un’espressione di stupefatto orrore.
FINE DELLA PUNTATA














































































































































