Era un tardo pomeriggio mite e riposante, Elisa osservava, attraverso le grandi vetrate del bovindo, Parigi animarsi nelle attività consuete, mentre il rossore iridato del tramonto lambiva i tetti delle case. Non si era ancora del tutto abituata allo sfavillante spettacolo che offriva la capitale francese da quelle finestre, e rimaneva sovente ad osservare ogni cosa, come sospesa. Le ombre si allungavano all’interno della grande biblioteca inghiottendo pian piano anche gli ultimi tremolanti bagliori; quel singolare gioco di luci ed ombre conferiva a tutto una dimensione irreale.
Quando Marie entrò ad accendere i candelieri d’ottone brunito, la stanza sprofondava nell’oscurità. La cameriera informò la contessa che Mme de Marguéry la attendeva nel salottino cremisi.
La visita inattesa di Florence rallegrò la contessa distogliendola dai pensieri molesti. L’ospite era del suo abituale buonumore, amabile e ciarliero, e la intrattenne a lungo sugli ultimi pettegolezzi della stagione. Elisa ascoltava il flusso sconnesso e inarrestabile di parole, senza soffermarvisi; i modi frivoli e volubili della gentildonna le erano divenuti ormai familiari ed aveva imparato a riconoscere, dietro quell’apparenza fatua, una mente vivace ed un animo sensibile.
Quando il nome del conte d’Anvau inframmezzò il suo lungo monologo, Mme de Marguéry riuscì ad ottenere la completa attenzione della sua amica:
- ….Sapete, ho incontrato l’altra sera il conte d’Anvau da Monsieur de la Roque, che stile, che portamento, che spirito….parola mia, è uno degli spiriti più raffinati che abbia mai conosciuto…- di sotto le lunghe ciglia seriche, Florence cercava di captare una reazione alle sue parole, ma Elisa, continuava a fingere un’assoluta indifferenza - ….pare che lui e il cavalier de Salmy abbiano in programma, domani sera, di rendere visita al nostro sovrano….la qual cosa mi ha portato a riflettere che è proprio giunto il momento per voi, mia giovane “protetta”, di recarvi a Versailles –
- Riuscite sempre a trovare gli argomenti giusti, mia cara Florence! Credo proprio che mi lascerò tentare da una visita a Versailles…- lasciò cadere Elisa con noncuranza.
- Ora torno a riconoscervi, amica mia, negli ultimi tempi, in verità, il vostro umore mi è parso un po’ ombroso….una ventata di mondo è proprio quello che vi ci vuole! -
In Francia, come in Piemonte, ogni nobile ben inserito in società, considerava doveroso il compito di rendere periodicamente omaggio al sovrano. La sua approvazione o disapprovazione avevano il potere di esaltare o rovinare chiunque ne fosse oggetto.
Elisa si fece quindi trascinare di buon grado in questa nuova esperienza mondana, da tempo desiderava ammirare il fasto di una corte tanto chiacchierata, inoltre una vocina, in un cantuccio della sua mente, le diceva che avrebbe potuto rivelarsi una nuova occasione per rivedere Fabrizio.

Elisa si sporse curiosa cercando di scorgere qualcosa attraverso la densa oscurità della notte. Le poche lanterne che punteggiavano il percorso fino alla Cour Royale, non garantivano, tuttavia, una visibilità sufficiente, così si rassegnò ad attendere pazientemente.
L’ampia corte rischiarata da grandi torce e dalle numerose finestre illuminate del maestoso palazzo regale, produceva un effetto magico su chi emergeva dalla semioscurità .
Monsieur de Marguéry oltrepassò rapidamente i valletti all’ingresso, seguito dalle due gentildonne, che, dopo aver affidato le mantelle ad un sollecito servitore, si avviarono, tra la confusione della folla, verso la “Galerie des Glaces”, dove si sarebbe svolta quella sera la “levée”.
Elisa restò stupefatta: il gioco di specchi alle pareti alterava la percezione delle dimensioni dell’alta galleria, che appariva molto più grande di quanto in realtà non fosse. Il fenomeno della rifrazione centuplicava le candele in una fantasmagoria di luci e di riflessi variegati. Gentiluomini e gentildonne, in abiti dai tessuti fruscianti e risplendenti, si accalcavano cercando di farsi strada verso la parete di fondo, dove si trovava il re.
Il giovane Luigi XVI sedeva su un trono d’oro, accanto all’imponente camino. Un’infinità di riccioli disposti in larghe volute adornavano la sua enorme parrucca, conferendogli un aspetto quasi grottesco. L’abito di raso rosa era sovraccarico di trine dorate e, un po’ dappertutto, occhieggiavano appariscenti preziosi. Il volto pingue del sovrano, cosparso di nei posticci, appariva indolente ed annoiato. Di tanto in tanto, un elegante movimento della sua regale mano, tentava di nascondere uno sbadiglio importuno. Lo circondava una nutrita schiera di gentiluomini di corte che all’occorrenza, non mancava di ricolmarlo di attenzioni pronte e devote.
Monsieur e Madame de Marguéry si avvicinarono per rendere omaggio, e la contessa Ristori si inchinò profondamente al sovrano, che mostrò di gradire il suo saluto. Il re si degnò poi di rivolgere a Mme de Marguéry i suoi complimenti per la contessa, mentre la regina espresse apprezzamenti e lusinghe per la sua raggiante bellezza.
Dopo il rituale richiesto dall’etichetta, Elisa cercò di sgusciare fuori dalla folla per bere qualcosa di fresco. L’eccessiva confusione la infastidiva quanto la rigida osservanza del protocollo, il suo spirito libero cominciava a rivendicare i suoi diritti.
Il duca de Stainville, suo aperto ammiratore, s’inchinò al suo passaggio proclamandosi trafitto dagli strali dei suoi occhi, mentre monsieur de Penthièvre baciò con fervore la sua mano, paragonandola ad un’ eterea ninfa dei boschi.
I due cavalieri si sfidarono su chi fosse il più abile ad esprimere i meriti della sua incomparabile beltà, infarcendo le celebrazioni di dotte metafore. Elisa dovette fare un notevole sforzo di autocontrollo per non lasciarsi andare all’ilarità di fronte a quegli stucchevoli elogi, e si costrinse a sorridere compiacente a quei gentiluomini che si prendevano terribilmente sul serio. Mentre i suoi occhi rassegnati si guardavano distrattamente intorno, incrociarono fortuitamente lo sguardo del conte d’Anvau, intento a conversare piacevolmente con Mme de Neuilly.
Era preparata a quell’incontro, ma vedere suo marito le suscitava sempre un intimo turbamento, la coglievano un’intempestiva sensazione di fragilità e una pulsione inconfessabile.
Qualcosa nello sguardo in tralice del conte le fece intuire che non gradiva le attenzioni premurose di cui sua moglie era oggetto. Sorrise tra sé, dopo tutto, malgrado i tentativi di convincerla del contrario, Fabrizio non poteva impedirsi dal considerarla ancora una sua esclusiva proprietà. Quella rivelazione la indispettiva e la gratificava al tempo stesso.
Rientrata in possesso della propria mano, Elisa riuscì finalmente a liberarsi dei due pedanti corteggiatori ed a scivolare fino alla “Salle de guerre”, dove venivano serviti i rinfreschi. Alcuni gentiluomini erano intenti a sorseggiare vini francesi ed a gustare appetitosi pasticcini. Una voce alle sue spalle la fece sussultare:
- Una gentildonna non dovrebbe mai servirsi da bere da sola … sono certo che uno degli amabili cavalieri al vostro seguito sarebbe stato ben contento di farlo per voi …servo vostro contessa. –

Elisa guardò la mano affusolata del conte d’Anvau chiusa elegantemente intorno ad un calice di Borgogna che un servitore gli aveva offerto prontamente.

- Conte, anche voi qui…suscitare un’altra schermaglia poetica tra il duca e Monsieur de Penthièvre, su chi sarebbe stato il più degno dell’onorevole compito, avrebbe rischiato di farmi morire di sete! –

Fabrizio sorrise a quella caustica ironia.

Ancora una volta non poté trattenersi dall’ ammirare la figura snella e aggraziata di sua moglie, la tonalità pacata del vestito metteva in risalto il suo incarnato delicato. Captò la luce divertita nei suoi immensi occhi da cerbiatta.

- Mi era sembrato di vedervi rendere omaggio al Sovrano poco fa, siete sempre più intenzionata ad affermarvi tra l’aristocrazia parigina …e con successo, è il caso di aggiungere. Siete una dama molto bisbigliata! Finirete con l’oscurare le timide debuttanti della stagione…-

- …Sapete conte, mi sono detta che un gentiluomo di corte potrebbe essere un degnissimo bersaglio per una scalatrice sociale come me….-
Aveva detto quelle parole con un tono sarcastico che rivelava quanto profondamente Fabrizio l’avesse ferita. Egli colse l’allusione e provò una fitta di rimorso:
- Non volevo insinuare….sapete bene che non intendevo …-
- E come potrei sapere cosa intendete, conte…ultimamente i vostri atteggiamenti appaiono alquanto destabilizzanti! –

Il conte contemplava assorto il riflesso del vino nel calice, eluse volutamente l’ultima implicazione e proseguì :
- Attualmente il mio più grande desiderio sarebbe quello di conoscere i vostri futuri progetti, contessa. –
- Davvero conte? Sono ben contenta di soddisfare la vostra curiosità…credo proprio che un’escursione nelle terre dello Champagne potrebbe rivelarsi istruttiva e illuminante! –

Fabrizio le afferrò il polso stringendolo con forza, i suoi occhi avevano bagliori tutt’altro che rassicuranti:
- Lasciatemi conte, mi fate male…volete forse spaventarmi? – una nota ironica scandì le ultime parole.
- Cerco di essere all’altezza del mio ruolo, Signora. Il gentiluomo arrogante, dai modi esecrabili, che voi avete tanto efficacemente dipinto, non intende deludere le vostre aspettative! Devo forse continuare a ripetervi che non si tratta di un gioco…state alla larga da affari che non vi riguardano…finirete col mettervi in qualche guaio serio! –
Elisa liberò il polso dalla stretta con un movimento spazientito. Qualcuno degli astanti cominciava già ad osservare la scena con curiosità. Con un perfetto tempismo, la voce semiseria e leggiadra del duca de Stainville interruppe la conversazione allentando la tensione che, tuttavia, aleggiava ancora nell’atmosfera. Sua grazia si portò comicamente una mano al petto:
- Conte d’Anvau, dovrete passare sul mio cadavere prima di rapire il cuore di questa incomparabile principessa delle fate! Badate, potrei sfidarvi a duello per contendervi la sua mano! -
- Mio caro duca state bene in guardia! Gli occhi di una fata celano sovente oscuri poteri e….con un sottile maleficio possono imprigionare, per sempre, il cuore di un malcapitato cavaliere…- il conte si allontanò bruscamente, senza cerimonie.
Sul viso del duca apparve una buffa espressione di sbigottimento, il tono sferzante delle parole dell’altro risultava inadeguato alla scherzosa schermaglia amorosa.
Elisa riuscì con prontezza a riportare la discussione ad una sfumatura frivola e leggera.
Qualche tempo dopo, notò il conte d’Anvau, impegnato in un accalorato scambio d’idee con il cavalier de Salmy . Si chiese quale potesse esserne l’argomento, probabilmente i loro piani erano stati turbati da un elemento imprevisto. Elisa non poteva sapere quanto la sua intuizione fosse vicina alla realtà.
Molto più tardi, quella stessa notte, mentre si lasciava aiutare da Amelia a disfare la complicata acconciatura, Elisa socchiudeva gli occhi e riviveva frastornata il fasto chiassoso e frenetico di Versailles.
Alla domanda di Amelia, su quale fosse la ragione di quell’espressione spenta e tirata, aveva risposto in modo evasivo che era molto stanca e che aveva solo bisogno di riposare.
La fedele governante la guardava sospettosa, la conosceva da troppo tempo per non sapere che le stava nascondendo qualcosa. Tuttavia tacque, per discrezione.
Dei pesanti colpi al portone d’ingresso interruppero la quiete della notte, la contessa trasalì e si chiese chi potesse mai essere a quell’ora così tarda.
Il guardaportone, per quanto impassibile per abitudine, manifestò una certa sorpresa. Quando il gentiluomo chiese se la signora fosse ancora alzata, e sottolineò che si trattava di una questione urgente, rispose cortesemente che si sarebbe informato, lasciandolo ad attendere nell’atrio. Dopo qualche minuto Marie entrò, con aria assonnata, ad annunciare la visita del conte d’Anvau. Elisa si sentì in parte sollevata e diede istruzione di farlo accomodare. Marie obbedì senza proferir sillaba, ma continuava a ripetersi mentalmente che le abitudini delle nobildonne piemontesi erano alquanto scandalose.
Mentre si affrettava a raggiungere il salotto cremisi, Elisa si domandava quale fosse il motivo che poteva avere indotto il conte a venire con una tale urgenza.
Fabrizio era in piedi vicino al fuoco, i sui movimenti nervosi tradivano una profonda agitazione.
Ella gli rivolse uno sguardo interrogativo, mentre si chiudeva la porta alle spalle; nella casa ripiombò il silenzio più assoluto.
- Vi chiedo perdono….ti chiedo perdono se ti ho disturbata a quest’ora della notte, ma ho qualcosa di estremamente urgente da comunicarti. – esordì.

- Mi hai fatto un po’ allarmare, a dire il vero, ma….non perdiamo altro tempo, accomodati. –
- Sono accadute cose che ….sconvolgono ogni programma, se prima la tua presenza qui era solo inopportuna, ora è diventata oltremisura pericolosa! –
- Cosa accade dunque, non tenermi sulla corda…-
- Un mio informatore ha segnalato, non più tardi di ieri, la presenza del marchese Salvati a Parigi. Tu non sai…e come potresti ! Quell’uomo è capace di tutto, è un opportunista senza scrupoli. Si è spinto fino …ad uccidere il vecchio re pur di compiacere il nuovo sovrano.-
Fabrizio attese la reazione di Elisa, che tuttavia fu più controllata di quanto si sarebbe aspettato.
- Sì, credo di averlo sempre sospettato…quell’individuo non mi è mai piaciuto. Ma non vedo perché la sua presenza dovrebbe preoccuparmi. A quanto ne so, sparì molto tempo fa, dopo essere caduto in disgrazia. Un nemico della corona non può essere nostro nemico…o c’è qualcos’altro che dovrei sapere? Sappiamo entrambi che taci altri misteri…-
Fabrizio finse di non sentire l’ultima affermazione:
- Tu sottovaluti la gravità della faccenda. Ignoriamo il motivo che lo ha condotto qui, i suoi continui voltafaccia non promettono nulla di buono. Sarebbe persino capace di vendere l’anima al demonio per tornare in stato di grazia! Ad ogni modo, se lui è qui, qualcun altro
- potrebbe arrivare presto a noi, sulle sue tracce…o sulle tue. Tu e Agnese partirete al più presto! -
Il tono perentorio delle sue ultime parole non mancò d’irritare, ancora una volta, Elisa. Chi si credeva di essere per continuare a trattarla a quel modo? Non era più il suo padrone da tempo, ormai. Quell’uomo aveva il potere di farle ribollire il sangue dalla rabbia, tuttavia cercò di apparire calma quando rispose:
- Deciditi Fabrizio, devi scegliere che ruolo assumere nella mia vita. Non molto tempo fa hai sentenziato che io non facevo più parte della tua. Ebbene, non consento ad un estraneo di darmi ordini, né tanto meno di prendere delle decisioni al mio posto! –
- Non sei altro che un’indisponente testarda! – sibilò in un impulso di collera – Finiscila, ti ripeto, d’impuntarti soltanto per farmi dispetto…! – le aveva afferrato di scatto le spalle e prese a scuoterla con veemenza.
- Non intenderai piegarmi, con la forza, alla tua volontà…! Dovresti sapere che non otterresti nulla! –
Per quanto animato dalle migliori intenzioni, ogni suo tentativo di indurla alla ragione risultava brutale e maldestro, e otteneva un effetto diametralmente opposto a quello desiderato.
Elisa non si era lasciata scalfire da una sola delle sue sensatissime motivazioni, se ne stava lì, eretta e impassibile, negli occhi un’espressione di snervante compiacimento. Avrebbe voluto schiaffeggiarla! Continuava a guardare indispettito la piega decisa della sua bocca ben disegnata, e d’un tratto, si sorprese a trovarla sinistramente sensuale.

nspiegabilmente, provò l’impulso irrefrenabile di baciarla, di stringerla a sé. La sua pulsione sempre più urgente, in netto contrasto con l’emergenza della situazione e con il suo stesso sdegno lo irritava e lo disorientava.
Inspiegabilmente, provò l’impulso irrefrenabile di baciarla, di stringerla a sé. La sua pulsione sempre più urgente, in netto contrasto con l’emergenza della situazione e con il suo stesso sdegno lo irritava e lo disorientava.
Elisa turbata, percepiva tutta l’energia contenuta che si sprigionava dai loro corpi sospesi. Sentiva il magnetismo che la calamitava a lui, respirava la forza del suo desiderio

Fu inevitabile…Fabrizio cedette a quell’impulso impellente perdendo i contatti con la ragione.
Le sue labbra si muovevano affannose su quelle di sua moglie, con veemenza. La mente di Elisa si aggrappava a mille, validi pretesti per trovare la forza di resistere: lui l’aveva umiliata, disprezzata, ferita, respinta, doveva fargliela pagare…I suoi flebili tentativi di opporre resistenza le morirono in gola: - No…lasciami, no….no…- Sentiva che la fortezza cedeva al nemico, inesorabilmente. Anche
Fabrizio combatteva la sua battaglia personale, non poteva, non doveva…deglutì a fatica. I suoi sforzi erano vani, la sua bocca continuava a cercare quella di lei e non riusciva a saziarsi di quel contatto:
- Mia dolce ossessione…. ho provato a resisterti… Dio solo sa, se ho provato….tu mi sei entrata dentro…come un veleno..-

La sua voce roca pronunciava parole sconnesse, mentre si sentiva invadere da un desiderio sempre crescente di farla sua.
Le sue mani febbrili le slacciavano il corsetto, s’insinuavano tra le sue nudità.
Aspirava il profumo inebriante dei suoi capelli, della sua pelle, divorandola con baci brucianti, appassionati. I suoi movimenti imperiosi esigevano di più, ancora e ancora…
Sui suoi muscoli guizzanti danzavano i riflessi delle fiamme del camino. Elisa si abbandonava senza più difese, ormai, stordita dal suo impeto. Si inarcava, sentiva ondate di piacere pervaderla, e intanto lo stringeva a sé con gesti disperati, quasi sentisse che quella sarebbe stata l’ultima volta. La sua voce soffocata farfugliava insistente: - Amore mio…. mio solo, mio unico amore…-


L’aria vibrò dei loro gemiti ardenti. Un’esplosione di emozioni, di sensazioni sublimi li trascinò in un crescendo fino al parossismo, lasciandoli poi senza fiato.
Per un lungo momento rimasero a guardarsi tremanti, gli occhi dentro gli occhi, sul grande tappeto accanto al fuoco, interrogandosi tacitamente sulle implicazioni del loro gesto.

Era stato ineluttabile, ne erano entrambi consapevoli. Il loro amore era stato e continuava ad essere un fiume in piena che dirompeva, una fiamma divorante. Avrebbero pensato in seguito alle conseguenze…per il momento era dolcissimo assaporare quegli istanti di intimità suprema, perfetta.

Elisa tratteneva il respiro per paura di rompere l’equilibrio, Fabrizio si soffermava con le labbra sull’incavo del collo, sulla nuca, sulle palpebre, sulle tempie; vi adagiava piccoli baci delicati, le tuffava le mani tra i capelli, che le ricadevano in ciocche fluenti sulle spalle e sui seni, mai stanco di guardarla, di accarezzarla, nemmeno ora che la sua passione era appagata.

Le sue carezze erano diventate più tenere adesso, meno insistenti. Le sue mani seguivano i contorni armoniosi del corpo nudo di sua moglie, disegnando parabole infinite, nel tentativo di ritrovare tutti quei particolari che aveva cercato tante volte nel ricordo, come porti rassicuranti a cui approdare e abbandonarsi, una volta per tutte. Elisa socchiudeva gli occhi beata e temeva di svegliarsi da quel sogno.
Infine egli interruppe quel silenzio sacrale, denso di pensieri: - Sono venuto a cercarti ogni notte in sogno, ma nessun sogno è stato mai in grado di eguagliare la realtà….- Nella sua voce vibrava una nota struggente. Sua moglie si rannicchiò più stretta tra le sue braccia sfiorandogli il mento con le labbra.
- … e io ti ho accolto ogni notte, mi sembrava quasi di sentire il tuo respiro…le tue mani; avrei voluto rifugiarmi per sempre nella notte…-
principessa delle fate…dimmi, qual è il soave maleficio che mi tiene incatenato a te? –

- …le fate non rivelano mai i loro segreti….mio sprovveduto cavaliere…- lo canzonò.
- Mi è bastato guardarti una volta negli occhi…per sentirmi prigioniero, crudele ammaliatrice…-
La sua voce sembrava provenire da un’altra dimensione, Fabrizio continuava a crogiolarsi nelle sue fantasticherie:
- I miei sogni spesso si tramutano in incubi, mi tormentano, … vedo le sue mani sul tuo corpo nudo e mi sembra di impazzire…-

Quelle parole ridestarono l’eco di un ricordo doloroso, Elisa si irrigidì, si liberò di scatto dalle sue braccia come se la bruciassero. Sentì il bisogno di proteggere la propria nudità da quello sguardo divenuto ormai importuno, imbarazzante. L’equilibrio si era inevitabilmente incrinato. Sapeva che c’erano cose che andavano dette, a qualsiasi prezzo, lo guardò con fermezza:
- Basta così…..tu non hai alcun diritto di giudicare nessuna delle mie azioni! L’hai perso quando hai deciso di …morire. Io non sono tenuta a darti alcuna spiegazione, ma sappi che Cristiano non è mai stato uno strumento per salire nella scala sociale…. come hai potuto…come hai potuto anche solo pensare quelle cose infamanti! ….Io dovevo rifarmi una vita, rischiavo di perdere il senno….ma lui… non ha mai potuto colmare l’immenso vuoto che tu hai lasciato! -
Lui le afferrò il volto tra le mani, contemplando a lungo il riflesso delle fiamme nei suoi occhi disperati, colmi di sdegno:
- Non pensavo ciò che ho detto quella notte, volevo solo ferirti quanto tu avevi ferito me….Lo so, è stata anche colpa mia…non sarei mai dovuto sparire, farti credere che ero morto; è stato un gioco crudele! Ma l’ho fatto solo per te, per Agnese, io….volevo proteggervi. Il re sapeva che avevo scoperto il suo segreto, dovevo uscire dalla scena prima che accadesse qualcosa di irreparabile, prima che si avventasse su di voi…-
- Non capisci che avrei preferito, cento volte, rischiare la mia vita accanto a te, piuttosto che vivere giorni vuoti, inutili, pensando di non rivederti mai più? E’ stato presuntuoso da parte tua! –
- Sì… ho molto da farmi perdonare…- Fabrizio si alzò e, iniziò a rivestirsi con movimenti lenti. Elisa sentiva che stava per perderlo ancora, lui era già mille miglia lontano da lì…continuò a parlare con voce stanca .

- Forse un giorno riusciremo a perdonarci entrambi, a dimenticare… quando tutto questo sarà finito…e a ricominciare tutto daccapo…- le parole che seguirono erano velate di angoscia –

- Per il momento Elisa, ti prego ascoltami…questa volta non intendo darti degli ordini, ti supplico di starmi a sentire, devi partire, tornare a Rivombrosa…-

Sapeva in cuor suo di aver già ceduto, sarebbe partita dopo aver trovato con i nuovi amici un pretesto plausibile. Ma il suo orgoglio ferito le impediva di mostrarsi apertamente vinta
La magia si era inevitabilmente spezzata. Troppe recriminazioni, troppe incertezze pesavano nell’aria.
Il conte si avvolse nel lungo tabarro e, dopo un ultimo, tormentato sguardo, avvelenato già dagli spettri, si allontanò nella notte.
******
Quella sera Elisa non era riuscita a dire di no all’invito di Florence, l’aveva colto, invece, come un pretesto per un ultimo congedo. Mentre percorreva, in una carrozza di piazza, la strada di ritorno verso casa, lasciandosi alle spalle la confusione della festa, ripensava, non senza una punta di rammarico, alla conversazione con Mme de Marguéry, e al suo sincero dispiacere, quando aveva appreso la notizia della sua partenza improvvisa per Rivombrosa. C’erano affari urgenti cui far fronte - le aveva detto – e Florence non aveva battuto ciglio, accettando a malincuore quelle spiegazioni poco convincenti. Elisa si disse che avrebbe sentito la nostalgia di quel legame sincero, disinteressato.
Parigi le sarebbe mancata, nei pochi mesi della sua permanenza, le era entrata nel cuore. Quella città incantevole che l’aveva accolta con calore, senza farsi domande, l’aveva irrimediabilmente conquistata.
Il pensiero di Fabrizio da solo, in balia di oscuri pericoli, l’incertezza del futuro…la inquietavano, ma sapeva che la sua partenza era necessaria.
La carrozza si fermò di fronte all’immenso portone bugnato, lo staffiere aperse lo sportello e si premurò ad abbassare il predellino per consentire alla contessa di scendere. Elisa pensò, per un attimo , che i suoi occhi avevano un bagliore sinistro, alla luce delle torce. Ma si diede mentalmente della visionaria.
La strada era deserta, una fitta pioggerellina faceva brillare ogni cosa, intorno. All’improvviso, come in un lampo, vide una figura nera, avvolta in un lungo tabarro avvicinarlesi minacciosamente. Non fece in tempo a gridare, che una mano d’acciaio le chiuse la bocca in una morsa, lo sconosciuto la afferrò alla vita e la trascinò nella carrozza senza troppe cerimonie, la contessa si dibatté con furia, ma venne brutalmente respinta. Poi, come in trance, sentì la voce roca dell’uomo che ordinava al vetturino di ripartire.
Questa volta, qualcosa nella stretta poco gentile, le diceva che non si trattava del conte d’Anvau…
FINE DELLA PUNTATA